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Attualità 3 min di lettura15 ott

Biominacce, il piano Usa punta sull’IA: la sfida è arrivare al 2035

L’Esercito degli Stati Uniti vuole combinare dati sanitari, ambientali e d’intelligence per anticipare i focolai e mantenere operative le forze anche durante una crisi biologica.

L’obiettivo non è soltanto individuare un contagio prima che si allarghi, ma garantire che le operazioni militari continuino anche quando un’emergenza biologica non può essere fermata subito. È questa la direzione indicata dalla nuova strategia di biodefesa dell’Esercito degli Stati Uniti, che assegna all’intelligenza artificiale un ruolo crescente nella lettura dei segnali di rischio e fissa al 2035 il traguardo della piena capacità operativa in ambienti contaminati.

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La priorità è non fermare le operazioni

Un focolaio in un porto militare, per esempio, potrebbe costringere i sanitari a occuparsi del contenimento mentre il personale logistico deve continuare a garantire l’arrivo dei rifornimenti. Nel documento viene citato il caso di un’epidemia di norovirus: la risposta non riguarda quindi soltanto la cura dei contagiati, ma anche la continuità delle attività essenziali.

La preparazione dovrà entrare nelle esercitazioni ordinarie delle forze armate. «Possiamo proteggere ogni soldato da ogni possibile minaccia biologica? Probabilmente no. Non possiamo metterli in una bolla», ha osservato Alison Tamasi, responsabile della divisione dedicata all’analisi della sopravvivenza e degli effetti presso l’agenzia statunitense che si occupa di armi nucleari e di distruzione di massa.


L’IA unisce segnali dispersi

Le informazioni utili arrivano da ambiti molto diversi: controlli ambientali, strutture sanitarie, esami clinici, rapporti d’intelligence e altri sistemi di rilevamento. Presi singolarmente, questi elementi potrebbero non indicare una minaccia; messi in relazione, invece, possono contribuire a riconoscere un focolaio nelle prime fasi e a stimarne l’evoluzione.

I dettagli della strategia sono stati presentati il 12 ottobre da alcuni dei suoi autori, durante un incontro con la stampa organizzato a margine della conferenza annuale dell’Association of the United States Army. Tamasi ha spiegato che l’intenzione è usare l’IA per selezionare e integrare i flussi informativi, mentre il tenente colonnello David Kingery, che ha coordinato la stesura del piano, ha sottolineato che le analisi predittive dovranno accelerare la valutazione iniziale senza eliminare la responsabilità umana: «Una persona resterà sempre coinvolta nel processo decisionale».


Il rischio arriva anche dalla tecnologia

La strategia considera l’intelligenza artificiale una possibile risorsa difensiva, ma anche un fattore capace di aumentare i rischi. La combinazione tra biotecnologie avanzate, biologia sintetica e strumenti di IA potrebbe infatti rendere meno complesso lo sviluppo di nuove armi biologiche, in un contesto dove le tecnologie che velocizzano la ricerca biomedica possono essere sfruttate anche con finalità ostili.

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Il documento non sostiene che siano già state realizzate armi biologiche progettate con l’IA. Indica piuttosto uno scenario possibile e la necessità di prepararsi a un ambiente tecnologico in rapido cambiamento, nel quale la prevenzione deve accompagnarsi alla capacità di reagire a eventi non neutralizzati in anticipo.


Cinque direttrici verso il 2035

Il piano individua cinque aree di intervento: aumentare la conoscenza delle minacce, rafforzare la consapevolezza della situazione, organizzare meglio dati e comunicazioni, elevare il livello di preparazione e aggiornare le capacità di biodefesa. Tra le priorità rientrano anche il coordinamento tra le diverse componenti militari e la compatibilità dei sistemi utilizzati per raccogliere e condividere le informazioni.

Un capitolo specifico riguarda la disinformazione, considerata un elemento in grado di aggravare una crisi. Messaggi falsi o fuorvianti su vaccini, protezioni e comunicazioni ufficiali possono complicare la risposta; per questo la gestione delle informazioni viene inserita direttamente nella pianificazione operativa.

La scadenza del 2035 sintetizza il risultato atteso: riuscire a schierare le forze, condurre le missioni e combattere anche in presenza di minacce biologiche. L’intento è ridurre la possibilità che un avversario ottenga un vantaggio militare provocando un’epidemia o sfruttando un incidente, puntando soprattutto sul riconoscimento tempestivo e sulla capacità di evitare il blocco delle operazioni.

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