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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Il mondo dopo Washington: la Cina vuole riscrivere le regole

Secondo Emidio Diodato, il declino dell’egemonia statunitense non conduce automaticamente a una nuova Guerra fredda: Pechino punta piuttosto a definire nuovi criteri globali.

La fase dominata dagli Stati Uniti non è più quella di un tempo, ma il vuoto lasciato da Washington non sembra destinato a essere colmato integralmente da Pechino. È questa la tesi di Emidio Diodato, professore ordinario di Scienza politica all’Università per Stranieri di Perugia, secondo cui il sistema internazionale sta entrando in una transizione difficile da ricondurre al semplice duello tra due superpotenze.

Diodato ha sviluppato questa lettura nella nuova edizione di “Che cos’è la geopolitica”, pubblicata da Carocci e profondamente rivista rispetto al volume del 2011. La sua analisi prende in esame anche il possibile ruolo dell’Europa, che dispone di notevoli risorse ma resta frenata dalle divisioni interne.

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Pechino punta sulle nuove regole

Per il politologo, gli Stati Uniti non riescono più a sostenere da soli l’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra. Allo stesso tempo, non esiste ancora una potenza capace di assumere senza riserve quel ruolo: da qui nasce uno scenario aperto, che potrebbe evolvere in direzioni diverse e non necessariamente verso un equilibrio multipolare stabile.

La Cina, in questo quadro, non sarebbe interessata soltanto a diventare uno dei poli della competizione globale o a inaugurare una nuova Guerra fredda. Il suo obiettivo, sostiene Diodato, è più ambizioso: “La Cina vuole sostituire gli Stati Uniti nel dettare gli standard di civiltà”. Un esempio viene individuato nel progetto di un’organizzazione internazionale per la cooperazione e la gestione dell’intelligenza artificiale, con sede a Shanghai. Promuovendo istituzioni nuove, Pechino può contribuire direttamente a fissarne obiettivi e norme.

Secondo questa interpretazione, la Repubblica Popolare Cinese cerca di occupare lo spazio di autorità lasciato scoperto dal ridimensionamento americano. Non si tratterebbe quindi di un ritorno a un mondo privo di regole, ma della sostituzione progressiva di quelle esistenti con criteri e strutture maggiormente influenzati dalla visione cinese.


L’Europa ha risorse ma resta divisa

Il destino dell’Unione europea dipenderà dalla sua capacità di trasformare il peso economico e militare in una linea politica comune. Diodato osserva che, sommando le forze armate dei Paesi europei e includendo il Regno Unito, il continente disporrebbe di strumenti significativi. Anche sul piano economico, l’Europa rimane una delle principali potenze mondiali.

Il limite più serio, a suo giudizio, non consiste dunque nella scarsità di mezzi. La frattura riguarda piuttosto l’integrazione: nelle ultime tre legislature del Parlamento europeo, la contrapposizione tra destra e sinistra è stata affiancata da una divisione trasversale tra chi vuole rafforzare il progetto europeo e chi lo respinge. Questa spaccatura coinvolge temi molto diversi, dall’economia ai diritti, dalla politica estera all’agricoltura.

Diodato collega a questo problema anche la posizione dell’Unione sulla guerra in Ucraina. “Senza l’Unione europea la guerra in Ucraina sarebbe conclusa, e si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin”, afferma il docente, riconoscendo così a Bruxelles un peso decisivo nel conflitto e dichiarandosi favorevole a una soluzione di compromesso per interromperlo.

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Che cosa significa geopolitica

Il libro parte da una domanda apparentemente elementare: quale significato attribuire oggi alla parola geopolitica? Nel dibattito pubblico il termine viene utilizzato per descrivere guerre, scambi commerciali, innovazione tecnologica e decisioni dei governi, spesso senza una definizione condivisa.

Diodato richiama l’immagine biblica della torre di Babele per descrivere una disciplina nella quale gli stessi vocaboli possono indicare concetti differenti. Da qui nasce anche il rischio di una “egopolitica”, cioè di una lettura del mondo modellata soprattutto sulle convinzioni personali dell’analista.

Per ricostruire un metodo, il volume ripercorre oltre un secolo di studi: dalle teorie sul predominio marittimo e continentale di Alfred Thayer Mahan e Halford Mackinder fino alle ricerche più recenti sulla sicurezza regionale, la globalizzazione e le identità culturali. L’approccio proposto unisce tre piani: quello geostrategico, quello geoeconomico e quello geoculturale.

La posizione geografica resta importante, ma non è più sufficiente a spiegare i rapporti di forza. Il potere passa anche dalle infrastrutture, dalle reti finanziarie e commerciali, dalle tecnologie e dalla possibilità di stabilire standard che altri Paesi finiscono per adottare.


Il ritorno della tradizione americana

Nel ricostruire l’ascesa degli Stati Uniti, Diodato parte dalla dottrina Monroe e arriva all’ordine atlantico. La politica di Donald Trump viene letta come il recupero di una tradizione nazionale precedente all’internazionalismo liberale, fondata sul controllo dei grandi spazi e sulla difesa diretta degli interessi americani.

Il richiamo a William McKinley, le rivendicazioni riguardanti Panama e l’Artico e la scelta di modificare il nome del golfo del Messico vengono indicati come elementi di questa impostazione. Proprio mentre Washington riscopre una visione più assertiva della propria potenza, Pechino cerca però di proporre una diversa idea di civiltà e di ordine mondiale.

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