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La battaglia di Algeri, 60 anni dopo: perché resta irripetibile

Simone Pontecorvo ripercorre la nascita del film di Gillo, il rapporto con l’Algeria indipendente e l’eredità di un’opera ancora studiata e discussa.

La sua forza non dipende soltanto dalla ricostruzione della guerra d’indipendenza algerina, ma dal modo in cui il racconto porta lo spettatore dentro le vicende dei protagonisti. La Battaglia di Algeri alterna il destino dei singoli alla dimensione collettiva, trasformando una materia politica in un’esperienza cinematografica ancora difficile da replicare. «È un film leggendario, dotato di una forza dirompente», racconta Simone Pontecorvo, 51 anni, figlio più giovane di Gillo e responsabile dell’archivio del regista.

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Un modello ancora impossibile da imitare

L’influenza dell’opera è stata enorme. Il film è stato richiamato da Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria e compare anche tra i riferimenti citati per Una battaglia dopo l’altra, con DiCaprio. Alfonso Cuarón lo ha indicato tra le ispirazioni per lo stile de I figli degli uomini, mentre Steven Soderbergh ha più volte espresso la propria ammirazione.

Negli anni Settanta veniva analizzato nelle università e molti giovani registi americani ed europei, da Spielberg a Terrence Malick fino a Roland Joffé, lo consideravano un punto di riferimento. La sua lettura politica ha assunto direzioni diverse: fu studiato dalle Black Panthers e, in un contesto opposto, proiettato anche a West Point e al Pentagono nel 2003, durante la seconda guerra in Iraq.

La peculiarità, secondo Simone Pontecorvo, sta nella costruzione narrativa. Lo spettatore segue l’evoluzione dei personaggi e viene coinvolto nelle loro scelte, mentre le storie individuali restano intrecciate ai movimenti della collettività. A questo si aggiungono l’uso del bianco e nero, il tono vicino al documentario, la musica e una tensione che non abbandona mai il racconto.


Gillo Pontecorvo, una vita oltre il cinema

Prima ancora di diventare regista, Gillo Pontecorvo attraversò alcuni dei passaggi decisivi del Novecento. Tra il 1938 e il 1940 visse a Parigi durante l’esilio antifascista e frequentò Giorgio Amendola, Celeste Negarville e Giancarlo Pajetta, già legati a suo fratello Bruno. Quando i tedeschi arrivarono nella capitale francese, si spostò nel Sud del Paese, a Saint-Tropez, dove si mantenne con la pesca subacquea e impartendo lezioni di tennis.

In quegli anni conobbe anche Tristan Tzara e il compositore René Leibowitz. Tornato in Italia, partecipò alla Resistenza e svolse un ruolo di coordinamento nel movimento giovanile unitario tra Milano e Torino. Verso la fine del conflitto assunse il comando della Brigata Sap Giovani Eugenio Curiel, dopo la morte del comandante a cui era intitolata.

La sua rete di rapporti si allargò nel dopoguerra. A Parigi, dove rientrò nel 1947 come delegato italiano della Federazione mondiale della gioventù democratica, frequentò Pablo Picasso, Jean-Paul Sartre e Paul Éluard; in seguito strinse un legame anche con Enrico Berlinguer. Per il figlio, quelle esperienze contribuirono a formare uno sguardo rivolto all’uomo, ai conflitti e alla storia, capace di mantenere equilibrio senza rinunciare alla partecipazione emotiva.


Dalle testimonianze nacque il film

L’idea di lavorare sul conflitto algerino si sviluppò dopo Kapò, candidato all’Oscar. Tra il 1961 e il 1962 Pontecorvo aveva ricevuto diverse proposte, anche dagli Stati Uniti, e stava valutando un progetto scritto da Franco Solinas, autore di molte sceneggiature del regista. Il film, intitolato Parà, avrebbe seguito un ex paracadutista della guerra d’Indocina arrivato in Algeria come reporter.

Pontecorvo e Solinas avevano raccolto a Parigi le testimonianze di alcuni paracadutisti. Quel materiale non servì a realizzare Parà, rimasto da parte per vari motivi, ma contribuì alla definizione del colonnello Mathieu, figura centrale della Battaglia di Algeri.

Nel 1964 Salah Baazì e Saadi Yacef raggiunsero l’Italia per conto del governo algerino. Cercavano un regista straniero, con una sensibilità vicina alla tradizione neorealista, al quale affidare un film sull’indipendenza del loro Paese. Si rivolsero anche a Francesco Rosi e Luchino Visconti, già impegnati in altri lavori; Pontecorvo accettò, anche grazie alla familiarità maturata con l’argomento.

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La sceneggiatura iniziale, però, non lo convinceva. Il regista preferì ricominciare insieme a Solinas, utilizzando i documenti e le informazioni messi a disposizione dagli interlocutori algerini. Il percorso portò a tre stesure differenti prima di arrivare al testo definitivo.


Algeri trasformata in set

Le riprese si svolsero nel 1965, in una città ancora segnata dall’entusiasmo per la libertà conquistata. Pontecorvo aveva già respirato quell’atmosfera nel 1962, quando si era recato in Algeria con Solinas per documentare i festeggiamenti dell’indipendenza e partecipare direttamente a quel momento storico.

Durante la lavorazione, oltre alle numerose comparse scelte dalla produzione, molti abitanti si unirono spontaneamente alle scene più affollate. Il progetto nacque dalla collaborazione tra la società algerina Casbah-film, creata da Saadi Yacef, e la casa italiana Igor film, fondata per l’occasione da Pontecorvo e Antonio Musu.

Yacef era stato tra i dirigenti del Fronte di liberazione nazionale algerino. Con Pontecorvo condivideva l’esperienza diretta di una guerra di liberazione e una comprensione immediata della materia narrata. Il regista apprezzava inoltre la sua presenza scenica e gli affidò il ruolo di se stesso.

Al centro della vicenda c’è Ali La Pointe, interpretato da Brahim Haggiag, attore non professionista come gran parte del cast. La storia prende avvio nel 1957, quando i militari francesi guidati dal colonnello Mathieu raggiungono il rifugio del combattente, un contadino analfabeta diventato simbolo del Fronte di liberazione nazionale, organizzazione impegnata nella lotta iniziata nel 1954.


Il Leone d’oro e l’anniversario

Il film arrivò in un momento di forte tensione tra Italia e Francia. La delegazione dei critici francesi non partecipò alla proiezione veneziana e in Francia l’opera rimase vietata fino al 1971. La ferita della guerra d’Algeria era ancora aperta e il tema restava particolarmente sensibile.

La giuria guidata da Giorgio Bassani gli assegnò comunque il Leone d’oro. Secondo Simone Pontecorvo, il riconoscimento premiò la capacità di affrontare una questione ancora esplosiva senza attenuare l’impatto politico e formale del film.

La pellicola uscì nelle sale italiane l’8 settembre 1966 e nel 2026 raggiunge i sessant’anni. È ambientata soprattutto nella Qasba, la parte più antica di Algeri, tra passaggi stretti e vicoli, e ricostruisce in bianco e nero la repressione e la mobilitazione che attraversarono la città.

Venerdì 16 ottobre, al Teatro Olimpico di Roma, sarà presentata la versione restaurata in 4K. L’appuntamento riporta sul grande schermo un’opera nata dall’incontro tra la memoria della Resistenza italiana, la lotta anticoloniale algerina e la ricerca di una forma cinematografica capace di unire precisione storica e partecipazione umana.

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