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Attualità 3 min di lettura20 min fa

Concerti, 23,5 milioni pubblici ne generano 135: il dato Aiam

Il rapporto dell’Associazione Italiana Attività Musicali misura l’impatto economico e sociale della rete, tra occupazione, gettito fiscale e diffusione territoriale.

Il Rapporto Aiam 2025 sostiene che la direzione avviata con il Decreto Ministeriale sullo Spettacolo dal Vivo del 2024 e con la stesura del Codice dello Spettacolo possa rafforzare la programmazione culturale, la stabilità dei finanziamenti e l’equilibrio tra i territori. È questa la lettura proposta da Federico Mollicone, presidente della Commissione cultura della Camera, durante la presentazione del documento.

Secondo Mollicone, i risultati della rete dimostrano che il sostegno pubblico può produrre un ritorno economico superiore alle risorse inizialmente stanziate. Il rapporto, giunto alla quarta edizione, è stato illustrato nella Sala Spadolini del ministero della Cultura.

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Il finanziamento pubblico torna allo Stato

Nel suo intervento, Mollicone ha indicato nel futuro Codice dello Spettacolo uno degli strumenti per superare la gestione emergenziale del settore. Tra gli obiettivi citati figurano tempi più certi per l’erogazione dei fondi, una pianificazione pluriennale e una revisione dell’efficienza del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo.

Il presidente della Commissione cultura ha definito il fondo non come una semplice erogazione senza ritorno, ma come una leva capace di attivare ulteriori risorse. «Il FNSV non deve essere erogato a fondo perduto, ma trattato come leva di co-investimento ad alto rendimento pubblico», ha affermato, richiamando i 23,5 milioni di euro assegnati alla rete Aiam e i 135,2 milioni di entrate complessive generate.

La stessa analisi evidenzia anche il saldo fiscale prodotto dagli enti associati. Imposte e contributi previdenziali versati ogni anno raggiungono 23,84 milioni di euro, considerando Irpef, Irap, Ires, Inps e Inail: una somma superiore al contributo pubblico ricevuto, secondo i dati presentati.


Una rete diffusa in tutta Italia

Nel 2025 le istituzioni aderenti all’Aiam hanno organizzato 12.632 concerti in 1.157 comuni, coinvolgendo 2,5 milioni di spettatori. La rete rappresenta il 44,02% dell’offerta nazionale di musica classica e jazz censita da Siae e ha attivato il lavoro di 54.186 persone.

Le 253 istituzioni associate sono distribuite tra 105 realtà settentrionali, 56 del Centro, 60 del Sud e 32 nelle Isole. L’attività non si è limitata all’Italia: sono stati realizzati 298 concerti in 149 città di 51 Paesi, con una presenza internazionale articolata in tutti i continenti.

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La distribuzione dei finanziamenti pubblici resta però disomogenea. Il Nord assorbe il 36,70% delle risorse, seguito dalle Isole con il 29,06%, dal Centro con il 21,37% e dal Sud con il 12,87%.


Biglietti accessibili e nuove risorse

Le Regioni risultano il principale sostegno istituzionale, con 33.322.842,72 euro, pari al 41,56% dei finanziamenti pubblici. Seguono il Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo, con il 29,31%, i Comuni e gli altri stanziamenti statali.

Sul fronte privato, la voce più consistente è rappresentata da biglietti e abbonamenti, che hanno portato 20.826.350,25 euro, il 15,41% delle entrate complessive. Il dato è in aumento rispetto al 15,19% dell’anno precedente; completano il quadro sponsorizzazioni e contributi aziendali, corrispettivi da privati, Art Bonus e contributi delle fondazioni bancarie.

A fronte di circa 23,5 milioni di euro provenienti dal Fondo, la rete ha raccolto più di 135 milioni di euro tra risorse pubbliche e private. Le istituzioni associate hanno inoltre destinato 80,7 milioni di euro alle retribuzioni, con il 69,59% diretto agli artisti.

Per Francescantonio Pollice, presidente dell’Aiam, il modello organizzativo consente di contenere i costi di struttura e di mantenere il prezzo medio del biglietto a 10,80 euro. «La musica diventa un bene pubblico solo quando ogni persona ha la possibilità concreta di incontrarla», ha dichiarato, collegando la diffusione capillare dell’offerta alla necessità di ridurre le disuguaglianze culturali tra grandi città, periferie e aree interne.

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