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Attualità 5 min di lettura1 ora fa

Compiti perfetti, sapere fragile: il paradosso dell’IA a scuola

Le ricerche mostrano voti migliori e tempi più rapidi, ma senza un uso consapevole degli strumenti digitali la comprensione rischia di diminuire.

Un elaborato impeccabile non è sempre la prova di una preparazione solida. Sempre più docenti segnalano una distanza tra la qualità dei testi consegnati a casa e ciò che gli studenti riescono poi a spiegare durante un’interrogazione o una verifica senza aiuti tecnologici. L’intelligenza artificiale può aumentare rapidamente rendimento e produttività, ma quando prende il posto dello studio rischia di indebolire memoria, autonomia e capacità di comprendere.


La forma cresce, la preparazione arretra

Nei lavori svolti fuori dall’aula compaiono spesso testi ordinati, ricchi di collegamenti e scritti con grande precisione. Walter Quattrociocchi, docente di data science all’Università La Sapienza di Roma, osserva però che durante un colloquio anche una domanda semplice può mettere in evidenza la fragilità delle conoscenze. Marco Gui, docente di sociologia dei media all’Università Bicocca di Milano, rileva a sua volta una distanza talvolta marcata tra gli elaborati e la preparazione dimostrata oralmente.

Giuseppe Lavenia, professore di psicologia del lavoro all’Università Politecnica delle Marche, sottolinea che oggi è possibile consegnare un testo corretto e ben documentato senza saperne illustrare i contenuti. Marco Martorana, professore a contratto di diritto della privacy presso l’Università Mercatorum, nota in particolare il contrasto tra il lessico specialistico presente nei compiti scritti e la difficoltà, durante l’orale, di usare gli stessi termini o di collegare correttamente gli argomenti. “Se la forma la costruisce la macchina, la competenza non si consolida”, afferma.

Il fenomeno non riguarda soltanto l’uso scorretto dei chatbot. La differenza decisiva sta nella funzione assegnata allo strumento: se serve a chiarire un passaggio o a sostenere il ragionamento, può affiancare lo studio; se invece produce riassunti, soluzioni e testi al posto dello studente, riduce il lavoro mentale necessario per imparare.


In Italia l’uso è ormai capillare

Un’indagine della Consulta degli studenti del Veneto, realizzata su oltre 20mila ragazzi, indica che il 92 per cento utilizza l’intelligenza artificiale e che tre studenti su quattro lo fanno almeno una volta alla settimana. Circa l’80 per cento dichiara di aver imparato a usarla da autodidatta, mentre nessuno avrebbe ricevuto una formazione specifica a scuola. All’Università di Palermo, su 864 studenti coinvolti in una ricerca pubblicata nel 2026, il 93,6 per cento usa questi strumenti, ma il 65,8 per cento afferma di conoscerli soltanto in modo superficiale.

Secondo Martorana, sulla base dei confronti con colleghi di diversi atenei, circa nove studenti su dieci ricorrono all’intelligenza artificiale per studiare o sintetizzare i contenuti. Per i compiti a casa, invece, almeno otto su dieci ne farebbero un uso sostanziale. Anche tra i maturandi il ricorso è diffuso: un’indagine Skuola.net del 2026, citata da Lavenia, rileva che il 61 per cento degli utilizzatori abituali la impiega per preparare interrogazioni e verifiche con spiegazioni, schemi e riassunti; il 38 per cento la usa per esercizi e problemi, mentre il 34 per cento la coinvolge nella scrittura di temi o altri elaborati.

Il presidente della Consulta degli studenti del Veneto, Alessandro Gianesini, riferisce che i chatbot vengono ormai utilizzati quotidianamente anche per svolgere compiti e verifiche. Il rischio, secondo i docenti, emerge soprattutto quando i riassunti sostituiscono la lettura dei libri oppure quando la macchina produce direttamente il testo da consegnare.

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Il caso cinese misura il divario

Un lavoro di ricerca condotto in Cina da David Strömberg, Victor Lei e Yanhui Wu ha esaminato, nell’arco di due anni e mezzo, i dati di 26.811 studenti tra gli 11 e i 19 anni. I risultati indicano che l’impiego dell’intelligenza artificiale ha fatto salire i voti del 18 per cento e ha ridotto il tempo necessario per completare i compiti da 64 a circa 45 minuti.

Il vantaggio, tuttavia, non si è trasferito nelle prove svolte senza assistenza: nelle verifiche in classe i risultati sono diminuiti del 20 per cento, pari a circa due punti su dieci. Per i ricercatori, il problema nasce dalla delega dei compiti alla tecnologia. Circa l’80 per cento degli studenti che se ne servono avrebbe mostrato un arretramento nell’apprendimento, con effetti particolarmente evidenti tra i più giovani e tra quelli con risultati iniziali migliori.

Non tutti hanno subito lo stesso danno. Gli studenti che hanno mantenuto tempi di lavoro simili a quelli dei compagni che non usavano l’intelligenza artificiale hanno registrato perdite più contenute. Il dato suggerisce che non sia la semplice presenza del chatbot a determinare il peggioramento, quanto il modo in cui viene utilizzato e il tempo di studio effettivamente sostituito.


I dati internazionali alimentano l’allarme

L’indagine Pisa-Ocse pubblicata l’8 settembre 2026 mostra che il 46 per cento degli studenti dei 91 Paesi a economia avanzata utilizza almeno una volta alla settimana i chatbot per apprendere. Quasi uno su tre li impiega per preparare la bozza di un testo e il 31 per cento per ricerche e riassunti. In Italia le percentuali salgono rispettivamente al 39 e al 36 per cento.

Lo stesso studio segnala però un peggioramento di 20 punti nei risultati di scienze tra gli studenti che ricorrono all’aiuto tecnologico per riassumere, scrivere o cercare informazioni. Un’altra indagine, il Global Student Survey 2025 di Chegg, ha coinvolto 11.706 universitari tra i 18 e i 21 anni in 15 Paesi: l’80 per cento usa l’intelligenza artificiale e il 29 per cento si rivolge al chatbot quando incontra una difficoltà, contro il 10 per cento registrato nel 2023.

Carmelina Maurizio, docente dell’Università di Torino, ha esaminato anche una ricerca di Zara Contractor e Germán Reyes, secondo cui i benefici più duraturi si ottengono quando l’intelligenza artificiale viene usata per spiegare i concetti, non per generare direttamente i testi. La conclusione condivisa dagli studiosi è che vietare lo strumento non sia realistico: occorre insegnare a usarlo in modo da sostenere i processi cognitivi, senza rimpiazzarli.

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