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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Cassazione: le chiamate WhatsApp aggravano lo stalking

La sentenza 38857/2026 equipara voce e messaggi online: i contatti raggiungono la vittima in ogni momento

La Cassazione ha stabilito che anche le chiamate effettuate su WhatsApp possono far scattare l’aggravante per stalking commesso con strumenti telematici.

La difesa aveva sostenuto che i comportamenti dell’imputato potessero configurare al massimo il reato di molestia e non avessero provocato nella giovane un’ansia grave e duratura. La Corte ha respinto questa ricostruzione, ritenendo sufficienti le conseguenze sulla vittima per dimostrare una compromissione della sua serenità e del suo equilibrio psicologico.

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Le conseguenze per la giovane

La ragazza ha ricevuto una lunga serie di messaggi e telefonate, compresi contatti notturni. Dopo aver bloccato il numero dell’uomo, ha continuato a essere raggiunta attraverso altre utenze, in una sequenza descritta dai giudici come «innumerevoli e incessanti».

L’uomo l’ha inoltre cercata di persona in strada e sul posto di lavoro, talvolta insieme ai figli, indicati nella sentenza come persone che «lo coadiuvavano negli atteggiamenti molesti». La giovane ha cambiato numero e abitudini, ha evitato di uscire da sola, ha avuto attacchi di panico e ha iniziato un percorso di sostegno psicologico.


La lettura della Cassazione

Il procedimento riguarda un uomo condannato dal Tribunale di Messina nel dicembre 2025, con decisione confermata dalla Corte d’appello nel giugno 2026. La difesa aveva contestato l’aggravante sostenendo che i messaggi su WhatsApp fossero stati concentrati in una sola giornata e che le chiamate successive fossero passate sulla rete telefonica tradizionale.

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Con la sentenza n. 38857/2026, la Suprema Corte ha respinto il ricorso. Per i giudici, ai fini dell’aggravante conta il canale attraverso cui avviene il contatto, non il fatto che la comunicazione sia scritta oppure vocale.


Perché la chiamata è telematica

Una telefonata avviata da WhatsApp utilizza la connessione Internet e non coincide quindi con una chiamata ordinaria, anche quando viene usato lo stesso telefono. La voce, secondo la sentenza, «non modifica, pertanto, la natura telematica del mezzo impiegato».

L’applicazione riunisce più strumenti di comunicazione e può raggiungere la persona in modo diretto, senza dipendere dal momento in cui decide di leggere un messaggio. Per questo la Corte ha osservato che le chiamate possono risultare «ancor più moleste» dei testi, poiché vengono «immediatamente percepite dalla vittima, ovunque si trovi e in qualunque tempo».

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