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Attualità 2 min di lettura16 min fa

Caso Torzullo, l’ex marito accusato di bruciare le prove

Nel faldone del processo compaiono la telefonata sul fumo e il trasferimento del corpo nel cantiere di Anguillara.

Nel fascicolo del processo a Claudio Carlomagno emergono il rogo del cellulare di Federica Torzullo e dei teli usati per raccogliere il sangue. L’uomo, ex marito della donna, è accusato di femminicidio premeditato, soppressione e vilipendio di cadavere.

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Il trasferimento nel cantiere

Durante l’interrogatorio del 19 maggio, Carlomagno ha raccontato di aver spostato il corpo dopo l’aggressione. Secondo la sua ricostruzione, ha trascinato Federica dalle scale fino all’automobile, l’ha sistemata nel bagagliaio e ha poi portato la vettura nell’area dell’azienda.

L’imputato ha riferito di essersi fermato nel cantiere per riflettere prima di utilizzare una buca come nascondiglio. Ha sostenuto che il corpo sia finito al suo interno e di averlo quindi coperto. Nello stesso racconto ha spiegato che le fiamme si sarebbero propagate alla salma dopo che questa era stata collocata nel cassone di un mezzo, costringendolo a usare sabbia e una pala per tentare di spegnerle.


La versione sull’aggressione

Carlomagno ha collocato l’omicidio nella mattina del 9 gennaio, poco prima che la moglie facesse la doccia. Ha descritto una lite improvvisa e ha detto di aver afferrato un coltello con l’intenzione di spaventarla, sostenendo poi di averla colpita due volte durante la colluttazione.

Agli inquirenti ha dichiarato che Federica non ha fatto in tempo a gridare e che il sangue è comparso immediatamente. Dopo l’accoltellamento, sempre secondo la sua versione, avrebbe usato asciugamani e un tappetino del bagno per coprire il corpo e asciugare il pavimento. Al padre, arrivato poco dopo, non avrebbe aperto la porta, parlando di un guasto al citofono.

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Il fumo visto dall’elettricista

Gli atti del procedimento, raccolti in un faldone di 6.200 pagine, descrivono una condotta diversa da quella riferita dall’imputato. Per l’accusa, l’incendio serviva a eliminare le tracce del delitto: nel rogo sarebbero finiti il telefono della vittima e i teli impiegati per rimuovere il sangue.

L’elettricista Lorenzo Bernardini ha raccontato ai magistrati di Civitavecchia che il 9 gennaio, intorno alle 7,50, aveva notato una nube scura provenire dal capannone della ditta di movimentazione terra di Carlomagno. Dopo averlo contattato per chiedere spiegazioni, si sarebbe sentito rispondere: «Sto facendo un po’ di pulizia».

Il corpo di Federica è stato ritrovato in una buca del cantiere con il volto gravemente danneggiato dall’azione delle fiamme. Bernardini ha confermato l’episodio il 19 marzo; il processo è appena cominciato.

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