Caso Stasi, quei test sui pedali riaprono il dubbio: cosa mancava
La difesa contesta l’assenza dagli atti di due analisi del 2007, risultate negative per il Dna di Chiara Poggi e recuperate soltanto dai dati grezzi del Ris
Due analisi effettuate nel 2007 sui pedali della bicicletta sono rimaste fuori dal fascicolo processuale relativo ad Alberto Stasi. I risultati, negativi per la presenza del Dna di Chiara Poggi, sono stati individuati nei dati grezzi acquisiti dal Ris di Parma e poi verificati anche dai consulenti tecnici della Procura di Pavia.
Il dato rimasto fuori dal processo
Le verifiche risalgono al 20 settembre 2007 e riguardano il campione prelevato dai pedali. Secondo quanto ricostruito dalla Procura pavese, negli atti dell’indagine e nel successivo procedimento contro Stasi non sarebbe stata trovata alcuna traccia di queste due analisi, definite corse elettroforetiche.
A recuperare l’informazione sono stati i consulenti della difesa. Il contenuto dei file è stato poi confermato dagli esperti incaricati dai pubblici ministeri, che hanno riconosciuto l’esito negativo degli esami sulla presenza del materiale genetico della vittima.
La difesa: valutazioni incomplete
Giada Bocellari, che assiste Stasi insieme ad Antonio De Rensis, ha chiarito che la contestazione non intende rivolgere accuse generiche alle forze dell’ordine. Intervenendo davanti ai cronisti all’esterno della Procura di Pavia, l’avvocata ha sostenuto che quei risultati avrebbero dovuto essere inseriti nel fascicolo delle indagini preliminari e messi a disposizione anche dei periti nominati dal giudice Stefano Vitelli.
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Il quesito affidato agli esperti comprendeva infatti anche l’esame dei pedali. Per questo, secondo la legale, le conclusioni avrebbero dovuto poggiare su un insieme completo di informazioni. «Il patrimonio di informazioni sul quale basavano le loro valutazioni doveva quindi essere completo», ha affermato Bocellari, aggiungendo che l’assenza dagli atti risulta dalla documentazione.
Vent’anni dopo resta l’interrogativo
La difesa collega la scoperta al lungo percorso giudiziario affrontato da Stasi. «Se lo avessimo saputo vent’anni fa, ovviamente le cose sarebbero andate molto diversamente», ha detto la legale, ricordando che nel frattempo si sono susseguiti otto anni di processo e undici anni di carcere.
Bocellari ha inoltre osservato che non sarebbe sufficiente rilevare oggi l’avvenuto inserimento del dato, indicato nel novembre 2025. Il nodo sollevato dalla difesa riguarda il momento in cui quelle informazioni avrebbero dovuto entrare nel procedimento e il loro possibile peso nelle valutazioni tecniche svolte allora.
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