Caso Regeni, il governo non chiude al Cairo: la scelta di Meloni
Dopo la condanna di tre agenti egiziani, la premier difende i canali diplomatici mentre le difese preparano l’appello e si riapre il nodo della prescrizione.
La condanna dei tre agenti egiziani non modifica, per ora, la linea di Giorgia Meloni sui rapporti con il Cairo. La presidente del Consiglio ha confermato il sostegno alla famiglia di Giulio Regeni, ma ha escluso che interrompere i contatti con le autorità egiziane possa avvicinare l’Italia all’accertamento completo della verità.
Meloni difende il dialogo con il Cairo
La premier ha ricordato che il governo resta vicino ai familiari del ricercatore italiano e alla loro richiesta di verità e giustizia. Ha anche precisato che la decisione della Corte d’Assise di Roma non è ancora definitiva: il procedimento, infatti, può proseguire nei successivi gradi di giudizio.
Il confronto politico si concentra soprattutto sulla possibilità di sospendere i rapporti con l’Egitto. La famiglia Regeni e le opposizioni hanno sollecitato una rottura delle relazioni, mentre l’esecutivo considera i canali diplomatici e politici uno strumento per mantenere la pressione sul Cairo. «Ho un po’ il dubbio che chiudendo quei canali noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarci da quegli obiettivi», ha detto Meloni.
La presidente del Consiglio ha aggiunto che, nella ricerca di elementi utili all’indagine, sono state utilizzate tutte le interlocuzioni disponibili. La posizione del governo era già stata anticipata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che aveva invitato a distinguere tra la responsabilità dei singoli imputati e il ruolo complessivo dell’Egitto.
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L’appello può riaprire il nodo prescrizione
I difensori dei tre ufficiali egiziani condannati intendono impugnare la sentenza. La Corte d’Assise di Roma ha inflitto dieci anni di reclusione per sequestro di persona a Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed; Tariq Sabir, il quarto imputato, è stato invece assolto.
Nel giudizio di secondo grado potrebbe tornare al vaglio della Corte costituzionale la disciplina introdotta dalla riforma Cartabia. Il punto contestato riguarda gli imputati assenti: i loro avvocati non possono presentare ricorso senza una procura speciale sottoscritta direttamente dagli interessati. Secondo i legali d’ufficio, questa limitazione potrebbe comprimere il diritto alla difesa.
Un eventuale nuovo esame rischia così di dilatare ulteriormente i tempi. Le prime valutazioni indicano che l’appello potrebbe non cominciare prima di due anni, mentre sul procedimento incombe il termine di prescrizione fissato a 12 anni. La questione potrebbe quindi diventare decisiva per il futuro giudiziario del caso.
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