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Attualità 1 min di lettura2 giorni fa

Caso Regeni, i tre ostacoli che hanno frenato l’inchiesta

La procura di Roma denuncia ritardi, documenti irreperibili e una versione dei fatti ritenuta falsa, accusando il regime egiziano di aver protetto i responsabili.

Ritardi accumulati, atti non più reperibili e una ricostruzione giudicata non autentica sono gli elementi indicati dalla procura di Roma nell’inchiesta sul caso Regeni. Secondo l’accusa, le autorità egiziane non avrebbero collaborato realmente con gli investigatori italiani, rendendo più difficile chiarire quanto accaduto.


Un’indagine ostacolata dall’inizio

Nel quadro tracciato dalla procura romana compaiono diversi fattori che avrebbero rallentato l’accertamento della verità. Tra questi figurano la consegna tardiva delle informazioni, la scomparsa di documenti e la diffusione di una ricostruzione considerata falsa.

Questi elementi vengono descritti come parte di un insieme di condotte capaci di ostacolare il lavoro degli inquirenti. La ricostruzione dell’accaduto resta quindi legata anche alla verifica delle responsabilità relative ai depistaggi.

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L’accusa contro il regime egiziano

La procura sostiene che dal regime non sia arrivato un sostegno effettivo alle indagini. Nella sua valutazione, le autorità avrebbero scelto consapevolmente di tutelare chi viene indicato come responsabile delle violenze subite da Giulio Regeni.

L’accusa, dunque, non riguarda soltanto l’assenza di collaborazione: il regime egiziano avrebbe coperto deliberatamente gli aguzzini, secondo quanto affermato dalla procura di Roma. È su questo mancato apporto e sui presunti depistaggi che si concentra una parte decisiva dell’inchiesta.

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