Caso Di Vita, la pista passionale si riapre: nuovi interrogatori in vista
L’ex sindaco respinge i sospetti mentre gli investigatori cercano di capire da dove arrivò la ricina che uccise Antonella Di Ielsi e Sara.
La pista passionale resta al centro dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara. Nei prossimi giorni potrebbero essere ascoltate nuove persone, mentre dalle deposizioni di Gianni Di Vita sono emersi dettagli su una relazione extraconiugale con un’insegnante a lui legata da una lunga amicizia. L’ex sindaco avrebbe riferito questo elemento durante alcuni interrogatori.
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La sostanza tossica resta senza origine
Gli accertamenti scientifici hanno confermato la presenza di elementi compatibili con un’avvelenamento acuto da ricino. Il Centro antiveleni Maugeri di Pavia ha rilevato nei campioni biologici delle vittime lectine e frammenti proteici riconducibili al Ricinus communis, un risultato poi coerente con gli esiti dell’autopsia.
Ancora da chiarire, però, è la forma in cui la sostanza sarebbe stata assunta. Gli investigatori devono stabilire se la ricina sia stata ottenuta dai semi della pianta oppure se il veleno fosse già disponibile e sia stato acquistato o recuperato attraverso canali differenti. Al momento nessuna delle due ricostruzioni è stata dimostrata.
Segnalazioni in più zone del Molise
Le forze dell’ordine stanno raccogliendo indicazioni sulla presenza di piante di ricino in diversi punti del territorio. A Casacalenda, nel Campobassano, la Squadra Mobile ha raggiunto un’area segnalata da un cittadino, ha documentato gli esemplari e ha messo a verbale il ritrovamento; una ricostruzione riferisce anche di campioni vegetali raccolti vicino al liceo delle Scienze Umane.
Altri esemplari erano stati individuati a Riccia, nelle campagne di Sant’Elia a Pianisi, nei pressi del lago di Occhito lungo il confine tra Molise e Puglia, e nelle campagne di Campodipietra. Una segnalazione analoga era arrivata anche da Castelpagano, in Campania. In alcuni casi le piante avevano molti semi, dai quali è possibile ricavare la ricina, ma gli investigatori definiscono queste attività ordinarie e non hanno trovato, finora, un legame con i decessi.
Il computer acquisito dagli investigatori
La zona di Casacalenda è entrata nell’indagine anche per un’altra ragione. Venerdì scorso si è conclusa, nel liceo del paese, una delle quattro perquisizioni informatiche ordinate dalla Procura di Larino e svolte dalla Squadra Mobile insieme allo Sco.
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L’obiettivo era verificare l’eventuale presenza di ricerche in rete sulla ricina, su sostanze affini o sulle tecniche per ottenerle. Non sono stati portati via computer: gli investigatori hanno acquisito i dati della rete centralizzata e realizzato una copia forense di un computer portatile. Nessun collegamento è stato però accertato tra quel dispositivo, le piante trovate vicino alla scuola e la morte di Antonella e Sara.
Lo sfogo di Gianni Di Vita
Mentre le verifiche proseguono, Di Vita ha affidato a La vita in diretta il proprio appello. «Datemi fiducia un attimo, per un secondo pensate che io sia innocente», ha detto davanti alle telecamere, chiedendo che il suo punto di vista venga considerato.
L’uomo ha spiegato di essere ormai allo stremo dopo dieci mesi e di non riuscire a esporre pubblicamente il proprio dolore. «Non ne posso parlare davanti a un microfono», ha affermato, precisando che affronta la sofferenza soltanto con la figlia, i familiari e gli amici.
Antonella Di Ielsi e Sara, quindicenne, morirono tra il 27 e il 28 dicembre 2025 a Pietracatella, in Molise, dopo l’intossicazione da ricina. L’indagine deve ancora chiarire sia la provenienza del veleno sia le circostanze che portarono alla morte delle due donne.
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