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Attualità 2 min di lettura2 ore fa

Carcere e licenziamento: perché il giudice ha dato ragione all’azienda

L’assenza era legata alla detenzione a Rebibbia, ma il lavoratore non aveva informato il datore: per il Tribunale il provvedimento resta valido.

Il Tribunale ha confermato la legittimità del licenziamento, ritenendo insufficiente la giustificazione legata alla detenzione dell’operaio. Secondo il giudice del Lavoro Umberto Buonassisi, anche una persona impossibilitata a recarsi in azienda deve comunicare tempestivamente le ragioni dell’assenza, così da permettere al datore di organizzare il servizio.


La detenzione non ha fermato il procedimento

L’operaio sosteneva che la permanenza in carcere fosse estranea al rapporto di lavoro e non potesse quindi essere considerata una violazione degli obblighi contrattuali. A suo parere, si trattava di una situazione sopraggiunta che rendeva solo temporaneamente impossibile lavorare, non di una condotta tale da giustificare il licenziamento.

Il Tribunale, tuttavia, non ha ravvisato né una causa di forza maggiore né un’impossibilità sopravvenuta in grado di escludere ogni responsabilità. Dagli atti, infatti, non è emerso che l’azienda fosse stata informata dell’arresto: alcuni colleghi e rappresentanti sindacali potrebbero esserne stati a conoscenza, ma nessuno avrebbe trasmesso la notizia agli uffici competenti.


Nessun avviso all’azienda

Il punto decisivo della controversia è stato proprio il mancato avvertimento. Il lavoratore non aveva ricevuto le comunicazioni inviate dal datore perché si trovava detenuto, ma per il giudice avrebbe potuto informare l’impresa con altri strumenti e in tempi utili.

Nella sentenza si legge: «In tutti i casi in cui si abbia necessità di assentarsi dal lavoro, il lavoratore è tenuto a comunicare al datore di lavoro i motivi dell’assenza, con qualsiasi modalità, purché tempestiva ed efficace, oltre che esaustiva». L’obbligo, ha chiarito il magistrato, non serve soltanto a valutare la giustificazione: consente anche di predisporre una diversa organizzazione del lavoro.

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Le assenze e le lettere disciplinari

La vicenda riguarda un operaio romano impiegato in una società di servizi ambientali. La sua assenza si è protratta dal 31 luglio a metà settembre 2023, periodo durante il quale era detenuto a Rebibbia in seguito a un’ordinanza di custodia cautelare disposta dal gip di Roma.

Nel frattempo l’azienda aveva spedito al suo domicilio tre raccomandate: due contestazioni disciplinari e, successivamente, la comunicazione del licenziamento. L’uomo non aveva potuto prenderne visione mentre era in cella e aveva impugnato il provvedimento, sostenendo di non aver avuto modo di difendersi e contestando anche la proporzione della sanzione: a suo giudizio, circa un mese e mezzo di assenza avrebbe potuto comportare al massimo una misura disciplinare meno grave.

Il giudice del Lavoro ha respinto queste argomentazioni. In assenza di una comunicazione alla società, la detenzione non è stata ritenuta sufficiente a giustificare il mancato servizio: il licenziamento è stato quindi considerato legittimo.

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