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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Cagliari, il concerto che riapre il caso Lisitsa: chi deve rispondere

L’esibizione della pianista ucraina schierata con Mosca ha riportato al centro il rapporto tra cultura, propaganda e responsabilità delle istituzioni pubbliche.

A Cagliari la musica di Chopin è rimasta sullo sfondo di una discussione molto più ampia. Domenica, nell’Auditorium del Conservatorio, Valentina Lisitsa ha suonato per la rassegna “Itinerari Musicali dell’Identità”, ma la sua presenza ha riacceso il dibattito sulle responsabilità degli enti pubblici che sostengono iniziative culturali e ospitano artisti con posizioni politiche controverse.


Il nodo non è il valore musicale

Lisitsa, nata a Kyjiv, è una pianista di fama internazionale: conta oltre un milione di ascoltatori mensili su Spotify e centinaia di milioni di visualizzazioni su YouTube. Il suo repertorio e la sua notorietà, tuttavia, non cancellano il sostegno pubblico espresso negli anni a favore della Russia nella guerra contro l’Ucraina.

Nel 2021 Denis Pushilin, leader della cosiddetta Repubblica popolare di Donetsk, le consegnò il passaporto di quel territorio ucraino, riconosciuto soltanto da Russia e Corea del Nord. La pianista ha poi affermato di aver rappresentato Donetsk sulla scena internazionale. Nel maggio 2022 si esibì inoltre a Mariupol, dopo la conquista della città da parte delle forze russe: un’apparizione interpretata come appoggio alla narrazione del Cremlino sulla presunta “liberazione” del Donbas.

A contestare l’invito è stato Giulio Biddau, pianista e docente del Conservatorio di Cagliari, che ha scritto alle istituzioni locali. «Qui non si parla di censura. Si parla di una scelta e di un atto politico», ha spiegato. La sua critica, ha chiarito, non riguarda le capacità artistiche di Lisitsa, bensì l’assenza di un confronto sulle sue posizioni nel momento in cui viene coinvolto un circuito sostenuto anche da risorse pubbliche.


Una scelta pubblica senza confronto

La rassegna è promossa dall’associazione culturale “La Casa Rosa”, che ha ottenuto finanziamenti dal Comune e dalla Regione Sardegna. Biddau non sostiene di avere elementi sufficienti per definire l’invito un’operazione di propaganda filorussa; chiede però che siano gli enti responsabili a interrogarsi sui possibili effetti della decisione e sul significato di offrire una vetrina istituzionale a una figura così schierata.

Il docente ha ricordato anche l’amarezza per l’atteggiamento del Conservatorio, che nei primi mesi dell’invasione aveva organizzato concerti e raccolte fondi a sostegno dell’Ucraina. Non accusa l’istituzione di simpatie verso Mosca, ma teme che l’arrivo di Lisitsa venga archiviato senza una discussione pubblica. «Il problema è invitare un’artista che ha una posizione così forte sull’Ucraina e farlo passare come se niente fosse», ha aggiunto.

La stessa pianista, in un’intervista, ha criticato l’annullamento di alcuni suoi concerti legato alle sue opinioni politiche. Secondo Lisitsa, chi entra in una sala dovrebbe lasciare fuori “le proprie opinioni, i propri pregiudizi e le proprie fobie” e riconoscere nella musica un patrimonio capace di unire le persone. Il punto sollevato dai suoi critici è però un altro: una personalità pubblica non perde automaticamente il peso delle proprie dichiarazioni quando sale su un palco.

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Il Donbas oltre la propaganda

Nel caso di Lisitsa, la contraddizione individuata da Biddau nasce dal rapporto tra l’uso della notorietà per sostenere una causa politica e la successiva richiesta di separare completamente arte e politica quando quella stessa posizione produce conseguenze professionali. La questione, quindi, non riguarda soltanto il singolo concerto, ma il modo in cui le istituzioni valutano la visibilità concessa a un’artista.

L’Italia riconosce la responsabilità della Russia come Paese aggressore e sostiene l’Ucraina: una linea mantenuta dai governi guidati da Mario Draghi e Giorgia Meloni. In questo quadro, secondo la critica rivolta all’iniziativa cagliaritana, appare necessario spiegare come si concili tale orientamento con la presenza pubblica di una pianista che sostiene una lettura opposta del conflitto.

Anche la rappresentazione del Donbas come territorio naturalmente russofono e filorusso viene considerata una semplificazione. All’inizio del Novecento circa il 65 per cento degli abitanti della regione parlava ucraino; all’inizio degli anni Duemila la quota era scesa intorno al 10 per cento, anche per effetto di decenni di russificazione e delle narrazioni sovietiche e russe. Nel referendum del 1991, inoltre, oltre l’80 per cento degli elettori di Donetsk e Luhansk votò per l’indipendenza dell’Ucraina.

Prima del 2014, l’idea di rafforzare i rapporti economici con Mosca non coincideva necessariamente con il rifiuto dello Stato ucraino. La storia del Donbas, dunque, non si esaurisce nella contrapposizione tra una regione russa e un’Ucraina percepita come estranea. È anche il tema affrontato da Kateryna Zarembo nel libro “Il Donbas è Ucraina”, pubblicato da Linkiesta Books.


La richiesta di una responsabilità

La protesta di Biddau nasce dalla convinzione che simili scelte non debbano passare inosservate, soprattutto quando sono coinvolte strutture pubbliche o finanziamenti provenienti dalla collettività. Il suo appello non chiede di impedire l’esibizione per il solo contenuto delle opinioni dell’artista, ma di aprire un esame sulle conseguenze culturali e politiche dell’invito.

«Se ci giriamo tutti dall’altra parte, il rischio è che si apra un’autostrada per cose che nessuno di noi vuole. Bisogna che delle voci ci siano sempre per tenere sveglia la coscienza», ha detto. Per il pianista, il primo passaggio dovrebbe quindi avvenire proprio dentro le istituzioni: non una censura preventiva, ma una valutazione trasparente delle scelte e dei messaggi che possono accompagnarle.

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