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Attualità 3 min di lettura8 ore fa

Brexit, il dossier russo riapre una ferita: cosa ammette Londra

Il premier Andy Burnham riconosce l’ingerenza di Mosca nel voto del 2016 e accusa i governi precedenti di non aver verificato a fondo le attività russe.

Il ripensamento dei rapporti con Bruxelles torna a intrecciarsi con una questione rimasta irrisolta: il possibile peso delle operazioni russe sulla Brexit. A dieci anni dal referendum, il governo britannico si trova così a riconsiderare sia il legame con l’Europa sia le falle nelle verifiche sulle interferenze straniere.

Londra sta inoltre preparando un Centro nazionale per la difesa dell’informazione, struttura destinata a riconoscere e arginare le campagne estere rivolte contro la democrazia britannica. Parallelamente, il Regno Unito ha concordato con Berlino un lavoro comune sulle minacce ibride.


Il rapporto con Bruxelles torna centrale

Burnham ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un futuro riavvicinamento del Regno Unito all’Unione europea. Il dibattito politico sul dopo-Brexit si sviluppa quindi nello stesso momento in cui Downing Street promette maggiore trasparenza sulle pressioni esercitate dall’estero.

La questione non riguarda soltanto la ricostruzione del voto del 2016. Per il premier, chiarire ciò che accadde allora può servire anche agli altri Paesi europei, alle prese con campagne di influenza rivolte ai loro elettori.


La conferma arrivata a Downing Street

Andy Burnham ha raccontato di avere chiesto informazioni sul ruolo di Mosca appena entrato a Downing Street. La risposta ricevuta, secondo il premier, non lasciava spazio a dubbi: «Sì, c’è stata» un’ingerenza russa nel referendum del 2016.

L’affermazione, resa durante un’intervista, segna una rottura con la linea dei precedenti esecutivi conservatori. Quei governi avevano sostenuto che non vi fossero elementi per dimostrare un’interferenza russa capace di modificare l’esito della consultazione.

Burnham non ha però indicato chi gli abbia trasmesso quella valutazione, quali documenti la sostengano né se le iniziative russe abbiano inciso concretamente sul risultato finale.

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Le lacune delle verifiche britanniche

Nel 2020 una commissione parlamentare competente in materia di intelligence aveva già contestato l’operato del governo e dei servizi segreti. Secondo i parlamentari, non era stata svolta un’indagine sufficientemente ampia sulle attività di Mosca, malgrado gli indizi relativi a mezzi d’informazione controllati dallo Stato e profili attivi sui social network.

Il rapporto aveva rilevato anche l’assenza di una valutazione complessiva successiva al referendum. Negli Stati Uniti, dopo le elezioni presidenziali dello stesso anno, era stata invece realizzata un’analisi più articolata sulle possibili ingerenze straniere.

La mancanza di un esame approfondito ha lasciato senza risposta due questioni distinte: quali operazioni siano state condotte dalla Russia e quanto abbiano effettivamente condizionato il voto britannico.


Berlino osserva la minaccia russa

Durante la visita nella capitale tedesca della scorsa settimana, Burnham ha discusso con il cancelliere Friedrich Merz dei rischi associati ad Alternative für Deutschland (AfD), formazione di estrema destra. Il premier ha riferito che Merz guarda con preoccupazione ai rapporti tra il partito e Mosca.

Parlando della situazione tedesca, Burnham ha sostenuto: «L’AfD è chiaramente legata alla Russia, finanziata, credo». Ha poi denunciato la circolazione di contenuti manipolatori destinati a orientare il confronto politico in Germania.

Secondo il premier britannico, rendere pubblico il livello delle pressioni straniere è essenziale anche in vista delle prossime sfide democratiche europee. A suo giudizio, gli elettori di Germania e Francia devono poter riconoscere l’origine di parte delle campagne che alimentano instabilità politica.

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