Bosnia, Dodik senza carica ma non senza potere: il voto decisivo
L’ex presidente non compare sulle schede, ma conserva il controllo dell’SNSD e una rete di relazioni che può ancora orientare la Republika Srpska.
A pochi giorni dalle urne, il dato più significativo non è soltanto l’assenza di Milorad Dodik dalla competizione: l’ex presidente continua a essere il principale punto di riferimento politico della Republika Srpska. Il 29 settembre, insieme al premier dell’entità serba Savo Minić, ha incontrato Vladimir Putin al Cremlino, ricevendo dal presidente russo un sostegno esplicito alla coalizione di governo in vista del voto.
La consultazione di domenica permetterà così di capire se il sistema costruito da Dodik riesca a funzionare anche senza la sua presenza formale nelle istituzioni. In palio ci sono il rinnovo della presidenza tripartita della Bosnia ed Erzegovina, la Camera dei rappresentanti a livello statale e diversi incarichi nelle due entità del Paese. Nella Republika Srpska si tornerà inoltre a scegliere il presidente che Dodik ha dovuto lasciare nel 2025.
Mosca resta una sponda decisiva
Il legame con la Russia non è soltanto diplomatico. Negli anni Mosca ha sostenuto le posizioni della dirigenza serbo-bosniaca contro l’alto rappresentante internazionale e contro il trasferimento di competenze verso le istituzioni comuni. Per Dodik, questo rapporto offre una protezione politica esterna; per il Cremlino, rappresenta un canale di influenza stabile nei Balcani.
La linea dell’ex presidente si è spesso intrecciata con l’idea di una possibile separazione della Republika Srpska dalla Bosnia ed Erzegovina. Le sue iniziative hanno indebolito il ruolo di Sarajevo e alimentato lo scontro con l’alto rappresentante, figura incaricata di vigilare sull’applicazione degli accordi di pace. Il rifiuto di rispettarne alcune decisioni ha portato alla condanna definitiva che gli ha impedito di conservare la presidenza.
La sanzione istituzionale, tuttavia, non ha cancellato il suo peso. Dodik è ancora al vertice dell’SNSD, il principale partito serbo-bosniaco, e il voto anticipato organizzato per sostituirlo ha mostrato la solidità della sua rete. Dopo l’annullamento delle operazioni in 136 seggi per irregolarità e la ripetizione della consultazione, Siniša Karan, esponente dell’SNSD e alleato dell’ex presidente, ha mantenuto l’incarico con una maggioranza ridotta.
Il voto misura l’eredità di Dodik
L’obiettivo dell’SNSD è conservare la guida della Republika Srpska e il rappresentante serbo nella presidenza dello Stato. Le forze di opposizione, invece, puntano a trasformare l’assenza di Dodik dalla scheda elettorale in un’occasione per ridimensionare il suo partito. Il risultato dirà soprattutto quanto il suo consenso dipenda dalla persona e quanto, invece, sia ormai incorporato nell’apparato politico costruito negli anni.
Questo confronto si svolge dentro un sistema nato dagli accordi di Dayton del 1995, che posero fine alla guerra. La Bosnia ed Erzegovina è articolata nella Federazione, dove prevalgono bosgnacchi e croati, e nella Republika Srpska, a maggioranza serba; sopra queste due realtà si trovano gli organi dello Stato centrale. L’alto rappresentante internazionale continua ad avere poteri estesi, una presenza senza equivalenti tra gli altri Paesi candidati all’adesione all’Unione.
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L’assetto pensato per garantire la convivenza tra le comunità ha assicurato la pace, ma rende ancora difficile un funzionamento ordinario delle istituzioni. Dodik ha sfruttato a lungo questa fragilità, riportando il confronto sulla contrapposizione fra Banja Luka e Sarajevo e sulla difesa dell’autonomia serba. La perdita della presidenza gli ha sottratto una funzione, non gli strumenti per influenzare gli equilibri dell’entità.
Bruxelles chiede uno Stato più solido
Il rapporto con Mosca rende più complesso anche il cammino europeo della Bosnia. Il Paese ha ricevuto lo status di candidato nel 2022 e nel marzo 2024 il Consiglio europeo ha dato il via libera all’apertura dei negoziati. Prima di passare alla fase successiva, però, deve ancora essere adottato il quadro negoziale dopo il completamento delle condizioni richieste da Bruxelles.
Nel frattempo, altri Paesi dei Balcani occidentali procedono più rapidamente nei vari capitoli del negoziato. La Commissione europea continua a evidenziare carenze nella qualità delle istituzioni, nell’indipendenza della giustizia e nell’efficienza dell’amministrazione pubblica. Tra i problemi segnalati figurano anche le misure adottate dalla Republika Srpska, ritenute incompatibili con la Costituzione bosniaca.
Un possibile incentivo arriva dal pacchetto europeo per la crescita dei Balcani occidentali. La Bosnia può ottenere quasi un miliardo di euro, ma l’accesso alle risorse dipende dalla realizzazione degli interventi concordati con l’Unione. Il sostegno finanziario è quindi legato a un percorso di cambiamento che richiede istituzioni centrali più efficaci e una cooperazione maggiore tra le entità.
Il voto di domenica non stabilirà da solo se la Bosnia sia entrata davvero in una fase successiva a Dodik. Potrà però mostrare se la sua esclusione dagli incarichi abbia modificato i rapporti di forza nella Republika Srpska oppure se il leader dell’SNSD continui a dirigere la politica locale anche da una posizione esterna alla presidenza. La distanza tra l’avvicinamento all’Unione e la persistenza degli equilibri interni resterà uno dei principali elementi da osservare.
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