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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Benzina a prezzo bloccato: il rischio nascosto dietro lo sconto

Il tetto annunciato da Eni può alleviare la spesa degli automobilisti, ma in un mercato segnato dalla scarsità rischia di alimentare consumi, code e razionamento.

Il contenimento del prezzo dei carburanti promette un sollievo immediato per gli automobilisti, ma potrebbe produrre effetti molto meno rassicuranti sul piano dell’approvvigionamento. Se benzina e gasolio sono disponibili in quantità limitata, infatti, il problema non consiste soltanto nel costo esposto alla pompa: conta anche chi riuscirà a procurarsi il prodotto e in quali condizioni.


Lo stretto di Hormuz cambia tutto

L’origine della tensione risale al 28 febbraio scorso, quando le forze israeliane e americane hanno attaccato l’Iran. Teheran ha reagito anche interrompendo quasi del tutto i passaggi attraverso lo stretto di Hormuz, un corridoio dal quale transitavano ogni giorno circa 20 milioni di barili di greggio, un quinto del Gnl commercializzato nel mondo e circa 5 milioni di barili di prodotti derivati.

Le riaperture parziali registrate finora non hanno avuto una durata sufficiente a ripristinare i flussi. A compensare la perdita contribuiscono soltanto in parte l’incremento dell’estrazione in altri Paesi e percorsi alternativi, tra cui l’oleodotto saudita East-West, colpito a sua volta da attacchi. In questo quadro, il rialzo delle quotazioni riflette la riduzione concreta dell’energia disponibile.


Lo sconto può creare nuove code

L’annuncio di Eni sul limite ai prezzi, seguito da Ip — società controllata dal gruppo azero Socar — e forse da altri operatori integrati, è stato accolto come una soluzione capace di proteggere i consumatori. Sul piano politico, la scelta consente a Giorgia Meloni di prendere le distanze dalle polemiche legate a un eventuale taglio delle accise, dopo l’abolizione del bollo. Resta però il nodo della scarsità fisica.

I prezzi non hanno soltanto una funzione redistributiva. Trasmettono segnali, spingono a ridurre i consumi e orientano verso beni sostitutivi quando una risorsa diventa meno disponibile. Se il prezzo viene tenuto artificialmente più basso mentre le scorte diminuiscono, gli automobilisti saranno incentivati a consumare più carburante proprio nel momento in cui ce n’è meno.

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Il mercato rischia di razionare diversamente

Nei distributori che aderiranno all’iniziativa le riserve potrebbero terminare in anticipo. Senza il prezzo come strumento per frenare la domanda, il razionamento avverrebbe attraverso l’attesa: chi dispone di più tempo potrebbe mettersi in coda davanti alle stazioni convenzionate, mentre chi ha urgenza sarebbe costretto a rifornirsi altrove pagando di più.

Il risultato sarebbe una domanda complessiva leggermente superiore a quella che si sarebbe formata con prezzi liberi, con un ulteriore aggravio della crisi. Il sollievo per alcuni consumatori, dunque, rischierebbe di trasformarsi in minore disponibilità del prodotto e in una distribuzione basata non soltanto sulla capacità di spesa, ma anche sul tempo da dedicare alla ricerca del carburante.


La lezione dimenticata della scarsità

La vicenda mette in luce una difficoltà che precede la stessa emergenza energetica: in Italia il prezzo viene spesso considerato un ostacolo da rimuovere, anziché un meccanismo utile a coordinare decisioni e risorse. L’idea che una compagnia possa modificare liberamente le quotazioni senza conseguenze sui comportamenti riduce il problema a un semplice trasferimento di guadagni tra impresa e clienti.

Thomas Sowell riassumeva il principio con una formula divenuta celebre: «La prima lezione dell’economia è la scarsità: di qualunque bene non ce n’è mai abbastanza per tutti gli usi possibili. La prima lezione della politica è ignorare la prima lezione dell’economia». Nel caso dei carburanti, ignorare quel vincolo può rendere lo sconto più popolare nell’immediato, ma meno utile quando il prodotto comincia davvero a mancare.

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