Ricina a Pietracatella: il reperto che riapre il caso
Dopo nove mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, gli investigatori attendono gli esiti dei test tedeschi e ampliano le ricerche nella famiglia
Un possibile riscontro sulla ricina potrebbe cambiare il quadro dell’indagine sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Gli esperti del Robert Koch Institute di Berlino starebbero verificando la presenza della sostanza in uno dei 131 reperti raccolti nella palazzina di Pietracatella, tra residui alimentari, contenitori e oggetti personali.
Il responso tedesco resta decisivo
A nove mesi dal decesso delle due donne, la procura di Larino non ha ancora iscritto persone nel registro degli indagati per l’ipotesi legata alla ricina. Gianni Di Vita, commercialista e familiare delle vittime, resta tuttavia al centro degli accertamenti, pur non essendo formalmente indagato.
L’eventuale individuazione di tracce del veleno nei materiali sequestrati potrebbe aiutare a ricostruire come e quando la sostanza sia entrata in contatto con le vittime. Il materiale analizzato comprende ciò che gli investigatori hanno recuperato nell’abitazione della famiglia e nell’appartamento occupato dall’anziana madre del commercialista, situato su un altro piano dello stesso edificio.
Perquisizioni tra casa e studio
Le verifiche di ieri hanno coinvolto gli uffici professionali di Di Vita, oltre ad altri ambienti riconducibili alla famiglia. Gli agenti della Squadra mobile e dello Sco hanno acquisito documenti e dispositivi, mentre al termine delle attività il commercialista è tornato in questura per consegnare spontaneamente un disco rigido.
Dalle abitazioni e dai due uffici sarebbero stati portati via anche materiale digitale, altra documentazione e una borsa appartenuta ad Antonella Di Ielsi, contenente effetti personali. L’obiettivo è mettere in ordine abitudini, rapporti e informazioni utili sulle giornate che precedettero i malori, compresi gli alimenti consumati e le eventuali annotazioni relative a problemi di salute.
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Computer e chiavette sotto esame
Gli ultimi sviluppi sono collegati alle analisi già avviate sul computer e sulle 10 chiavette USB sequestrate a luglio nello studio professionale. L’esame dei dispositivi punta a ricostruire le relazioni personali e professionali della famiglia, oltre a individuare elementi utili per comprendere la vicenda.
Resta inoltre aperta l’inchiesta per omicidio colposo che riguarda cinque medici che avevano seguito le due donne. Questo filone procede parallelamente agli accertamenti sulla possibile presenza della ricina negli oggetti e negli alimenti recuperati.
La difesa: collaborazione piena
Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita, ha sottolineato che le perquisizioni non avrebbero riguardato soltanto il suo assistito, ma diversi spazi a disposizione della famiglia. «La magistratura ha inteso dare seguito alle attività di ricerca della prova attraverso le perquisizioni di alcuni vani e immobili a disposizione dell’intera famiglia Di Vita e non del solo Gianni», ha dichiarato l’avvocato.
Facciolla ha poi ribadito la disponibilità a collaborare con gli investigatori e ha escluso, da parte della difesa, l’intenzione di trarre conclusioni affrettate. «Tutto ciò che serve alla ricerca della verità ci lascia tranquilli», ha aggiunto, confermando che la famiglia continuerà a mettere a disposizione quanto richiesto dagli inquirenti.
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