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Attualità 3 min di lettura31 min fa

Arezzo perde Beppe Angiolini: l’eredità di Sugar va oltre la moda

A 73 anni scompare il fondatore di Sugar, capace di trasformare un negozio di provincia in un punto di riferimento internazionale per stilisti, buyer e creativi.

Per decenni Beppe Angiolini ha dimostrato che l’innovazione nella moda poteva nascere anche lontano dai grandi centri internazionali. Con Sugar ha trasformato Arezzo in una tappa per professionisti e appassionati, costruendo un modello in cui il negozio diventava cultura, ricerca e racconto.

Angiolini è morto alle 5 del mattino nella sua abitazione aretina. Aveva 73 anni e il prossimo 5 dicembre ne avrebbe compiuti 74; da tempo combatteva contro una malattia, senza rinunciare alla lucidità e all’energia con cui aveva seguito il proprio lavoro fino agli ultimi anni.

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Sugar, molto più di una boutique

Il primo punto vendita nacque tra il 1978 e il 1979, quando la moda italiana stava attraversando una fase di forte trasformazione grazie a nomi come Armani, Versace e Ferré. Angiolini portò quella vitalità ad Arezzo, partendo da marchi poco conosciuti e da una selezione pensata per sorprendere il pubblico locale.

Negli anni il progetto si ampliò, fino a trovare nel 2018 una nuova casa nello storico Palazzo Lambardi, restaurato e ribattezzato Palazzo Sugar. Affreschi, soffitti in legno e mosaici romani furono accostati ad abiti ricercati e installazioni contemporanee, in un ambiente dove l’acquisto diventava un’esperienza. «La boutique fisica è il tuo biglietto da visita, racconta chi sei. Lo shopping online ti porta nel mondo. Oggi le due cose devono parlarsi», spiegava Angiolini riflettendo sul rapporto tra spazio fisico e commercio digitale.


Il talento di intuire il futuro

Il suo ruolo non si limitava alla scelta dei capi da ordinare. Angiolini sapeva riconoscere in anticipo designer e linguaggi destinati a lasciare il segno, sostenendo negli anni Ottanta e Novanta Romeo Gigli, Jean Paul Gaultier, Giorgio Armani e Prada. In seguito guardò con interesse alla nuova estetica di Hedi Slimane, prima per Dior Homme e poi per Saint Laurent.

Negli anni Dieci fu tra i sostenitori più convinti del Gucci di Alessandro Michele, offrendo spazio a una visione che avrebbe poi avuto risonanza internazionale. Per Angiolini, il compratore doveva possedere sensibilità e coraggio oltre all’esperienza: «Questo mestiere devi avercelo dentro. L’esperienza serve, ma è una questione di istinto».

La sua presenza era abituale alle settimane della moda di Milano e Parigi, dove osservava con attenzione tagli, materiali e possibilità commerciali delle collezioni. Non cercava l’esposizione personale: preferiva analizzare ciò che vedeva e capire quali proposte potessero dialogare con mercati e clienti diversi.

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Arezzo al centro della sua visione

Il legame con la città non fu soltanto affettivo. Attraverso Sugar, Angiolini attirò ad Arezzo compratori internazionali, fotografi, stilisti e clienti provenienti da vari Paesi. La sua attività contribuì a inserire la città in una geografia creativa che normalmente privilegiava Milano, Parigi e gli altri grandi poli della moda.

Angiolini ricoprì anche l’incarico di direttore artistico di Arezzo Oro e lavorò con Franco Marinoni e Confcommercio a sostegno del distretto orafo. La scorsa primavera aveva inoltre deciso di candidarsi a sindaco, mettendo la propria esperienza e la propria notorietà al servizio di un progetto dedicato al rilancio dell’immagine cittadina.


Un vuoto tra moda e cultura

Nel corso della carriera fu direttore artistico, consulente e figura di riferimento di Camera Buyer Italia. Partecipò anche a programmi televisivi dedicati all’analisi dell’abbigliamento durante appuntamenti come il Festival di Sanremo, senza però interrompere il rapporto diretto con il territorio.

La notizia della sua morte lascia un’assenza nel mondo della moda e nella rete di rapporti costruita con stilisti, giornalisti e direttori di testata. Tra i legami più duraturi c’era quello con Ermanno Scervino. Le esequie dell’imprenditore non sono ancora state organizzate.

Il suo insegnamento resta legato alla capacità di difendere un’intuizione anche quando il contesto non è pronto ad accoglierla. «Non credere in ciò che fai è l’unico errore da non commettere», ripeteva: una frase che riassume il percorso di chi ha fatto di Sugar il simbolo di una moda vissuta come ricerca e non soltanto come commercio.

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