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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Conti svuotati in famiglia: la Consulta riapre il caso della non punibilità

L’articolo 649 del codice penale è sotto esame per il possibile contrasto con i diritti individuali e la tutela costituzionale della famiglia.

Quando un coniuge utilizza i risparmi dell’altro o dispone dei suoi beni senza autorizzazione, il danno non riguarda soltanto il patrimonio: può compromettere concretamente l’autonomia economica della persona. Proprio questo profilo ha riportato sotto i riflettori l’articolo 649 del codice penale, che in alcune ipotesi limita la possibilità di punire i reati contro il patrimonio commessi tra familiari.

Con l’ordinanza n. 162 del 2026, la Corte costituzionale ha sollevato davanti a sé stessa una questione di legittimità della norma. Il confronto riguarda la sua compatibilità con gli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione, dedicati rispettivamente ai diritti inviolabili, all’uguaglianza e alla protezione della famiglia.

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L’autonomia economica entra nel giudizio

La disposizione può incidere su situazioni in cui un familiare sottrae denaro, si appropria di beni dell’altro oppure sfrutta una delega bancaria per accedere ai suoi risparmi. In questi casi, la condotta rischia di assumere i tratti della violenza economica, una forma di abuso che non passa necessariamente da minacce o aggressioni fisiche.

La domanda posta dalla Consulta è se la salvaguardia dell’unità familiare possa giustificare una protezione più debole per chi, all’interno della stessa famiglia, subisce un pregiudizio patrimoniale. Nel richiamare i principi costituzionali, la Corte ha sottolineato: «la Costituzione non giustifica una concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti».

Per ora, tuttavia, l’articolo 649 resta in vigore. La sua applicazione potrà cambiare soltanto dopo un intervento del Parlamento o dopo una pronuncia della Corte costituzionale che ne accerti l’illegittimità, entro i limiti fissati dalla decisione.


Una regola nata nel 1930

L’articolo contestato appartiene al codice penale approvato nel 1930, durante l’epoca del cosiddetto codice Rocco. La ratio originaria era evitare che determinati conflitti patrimoniali tra parenti finissero davanti al giudice penale, nella convinzione che così si potesse preservare la coesione del nucleo familiare.

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A distanza di quasi un secolo, quella impostazione viene valutata alla luce di una realtà nella quale l’indipendenza finanziaria è riconosciuta come una componente essenziale della libertà personale. Il punto da chiarire è quindi se una norma pensata per proteggere la famiglia possa, in concreto, lasciare senza adeguata tutela proprio uno dei suoi membri.


Il Parlamento chiamato a intervenire

Il tema non è nuovo. Già nel 2015 la Corte costituzionale aveva segnalato al legislatore l’opportunità di aggiornare la disciplina, ma nei successivi undici anni non è arrivata una riforma, nonostante l’alternarsi di governi e maggioranze parlamentari.

La nuova ordinanza riporta ora la responsabilità politica al centro del dibattito. Il Parlamento potrebbe definire con maggiore precisione quando la non punibilità debba essere esclusa, soprattutto nei casi in cui la sottrazione di denaro comprometta la libertà economica della vittima.

Se non ci sarà un intervento legislativo, toccherà alla Consulta esaminare nel merito il contrasto tra la disposizione e la Costituzione. La Corte, però, dispone di strumenti diversi da quelli parlamentari: può valutare la legittimità della norma, ma non può sostituirsi al legislatore nella costruzione di una disciplina completa per tutte le situazioni familiari coinvolte.

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