Jovanotti senza maschera: il dolore che diventa cinema a Roma
Il film di Dario Zonta e Carlo Zoratti osserva Lorenzo Cherubini oltre il personaggio pubblico, tra memoria familiare, incidente e trasformazione artistica.
Lorenzo Cherubini entra in scena lontano dai riflettori, ferito, dimagrito e costretto a misurarsi con una lunga riabilitazione. È da questo punto di fragilità che prende forma il documentario presentato come evento speciale alla Festa di Roma 2026: non un semplice racconto della carriera di Jovanotti, ma un’indagine sull’uomo nascosto dietro il personaggio.
Dario Zonta e Carlo Zoratti costruiscono così un ritratto che alterna leggerezza e dolore. Il risultato è un’opera monumentale nelle dimensioni, ma sorprendentemente discreta nel modo in cui si avvicina alla vita privata del cantante.
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Il cantante scompare dietro Lorenzo
Le immagini dell’incidente in bicicletta avvenuto nella Repubblica Dominicana nell’estate del 2023 occupano un ruolo decisivo. L’infortunio ha comportato un intervento molto complesso, una lunga convalescenza e la perdita di quattro centimetri di osso della gamba. A documentare quella fase è lo stesso Cherubini, che con il telefono ha registrato dolore, paure e progressi quotidiani, trasformando la propria degenza in una sorta di diario visivo.
Il film abbandona quasi subito l’universo dello spettacolo. Dopo il rito preparatorio nella tenda indiana, tra trucco, meditazione e attesa prima dell’esibizione, il protagonista viene seguito mentre lascia il palco, avvolto nell’accappatoio e con l’asciugamano sulle spalle, per salire in auto. La celebrità lascia spazio a un uomo provato, innamorato, segnato dal lutto e dal tempo che passa.
Nel casale-studio sulle colline di Cortona, Lorenzo appare scalzo, magro e scavato, circondato da cappelli, abiti e gioielli. In uno dei rari interventi rivolti direttamente alla macchina da presa, spiega: «Vivo nel mio mondo, non in quello reale. Nella mia Rimini di Fellini che suppongo sia così».
Memorie di famiglia, immagini ritrovate
La narrazione non procede come una biografia ordinata. Non ci sono spiegazioni cronologiche insistenti né cartelli con i nomi delle persone che compaiono. Il passato televisivo del ragazzo esplosivo di È qui la festa, celebrato da Raffaella Carrà, Maurizio Costanzo, Enzo Biagi, Vasco Rossi e Adriano Celentano, emerge per frammenti e contrasta con il Lorenzo adulto.
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La pellicola riunisce materiali raccolti nell’arco di oltre sei anni: riprese realizzate da quattro operatori, filmati girati dallo stesso Jovanotti durante la malattia, immagini d’archivio delle Teche Rai e di altre cineteche, oltre a Super8, VHS e MiniDV della famiglia Cherubini. Il montaggio intreccia epoche e formati senza trasformare il film in una semplice successione di tappe professionali.
Tra i passaggi più suggestivi c’è la sequenza dedicata ai pappagalli immaginati sul cupolone del Vaticano, osservati attraverso lo sguardo del bambino. Ancora più intimo è il ricordo di Umberto, fratello del cantante e pilota morto in un incidente aereo, evocato durante una visita al cimitero sulle colline, tra lapidi familiari e sconosciute.
La musica resta, ma cambia prospettiva
Il senso dell’opera non dipende soltanto dal punto d’arrivo, cioè dalla vulnerabilità di Lorenzo, ma dal percorso scelto per mostrarla. Zoratti, autore di un solo lungometraggio precedente, e Zonta, già critico de L’Unità e oggi conduttore di Hollywood Party, preferiscono suggerire invece di spiegare, lasciando che siano immagini, pause e accostamenti a far emergere il cambiamento.
I fan troveranno comunque anche il musicista al lavoro. In compagnia del produttore Rick Rubin, Cherubini compone, modifica e smonta i brani, mostrando la nascita della musica prima che diventi spettacolo. È un altro modo per osservare Jovanotti senza la maschera: non come icona già compiuta, ma come artista ancora immerso nella ricerca.
Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti sarà proposto nelle sale come evento speciale dal 24 novembre al 2 dicembre 2026. Il film arriva così al pubblico dopo aver trasformato il tormento fisico e il dolore della memoria in un racconto capace di conservare anche una sorprendente leggerezza.
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