America First non basta: la nuova alleanza che guarda all’Occidente
Un’idea sostenuta da grandi esponenti della finanza americana rilancia il legame tra Stati Uniti, Europa e altre democrazie come risposta alla sfida delle autocrazie
Il mondo finanziario statunitense non sta preparando una rivolta contro Donald Trump, ma comincia a mettere in discussione la sua idea di potenza nazionale. Il dubbio riguarda la convinzione che gli Stati Uniti possano diventare più forti riducendo il peso degli alleati e negoziando con ciascuno separatamente. Di fronte alla competizione tra grandi blocchi, l’America potrebbe invece avere bisogno di un Occidente più solido e coordinato.
Da Wall Street arriva un’altra strategia
A dare forma a questa posizione è Jamie Dimon, presidente e amministratore delegato di JPMorganChase. In un intervento pubblicato dal Wall Street Journal, intitolato «Un piano per la rinascita del mondo occidentale», il banchiere immagina un futuro nel quale gli storici debbano raccontare la perdita dell’influenza occidentale. La sua proposta nasce proprio dal desiderio di evitare quello scenario.
Dimon suggerisce che Washington offra all’Europa un grande patto economico e commerciale. In cambio, i Paesi europei dovrebbero completare il mercato unico, rafforzare l’unione bancaria e quella dei capitali, rendere più integrata l’industria della difesa, aumentare la produzione energetica e potenziare le proprie forze armate. Sono obiettivi già indicati nei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta, ma secondo Dimon ne sarebbe stato realizzato meno del 16 per cento.
La sua critica all’Europa, dunque, non coincide con un rifiuto dell’alleanza atlantica. Il continente viene accusato di aver lasciato troppo a lungo agli Stati Uniti il compito di garantirne la sicurezza, ma proprio per questo dovrebbe diventare più capace di agire e di investire. L’idea centrale è che un alleato più ricco e meglio organizzato rafforzi anche chi lo sostiene.
Un mercato comune contro le autocrazie
Il progetto non si fermerebbe ai rapporti tra Washington e Bruxelles. Dimon immagina un’intesa estesa a Canada, Messico, Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine. Sarebbe una riedizione, in chiave strategica, dei grandi accordi commerciali transatlantici e dell’area del Pacifico dai quali Trump prese le distanze all’inizio della sua presidenza.
Non si tratterebbe però di riproporre semplicemente la globalizzazione degli anni Novanta. Dazi selettivi, sostegni alle esportazioni, incentivi e investimenti pubblici resterebbero strumenti utilizzabili. Il commercio diventerebbe una componente della competizione geopolitica: le democrazie unirebbero le proprie economie per ridurre la dipendenza da Paesi autoritari capaci di trasformare gli scambi in una leva di pressione.
La stessa impostazione è stata espressa da Ken Griffin, fondatore di Citadel e sostenitore del Partito Repubblicano. A Davos ha sostenuto che un Occidente più prospero sarebbe anche più influente. La Business Roundtable, dal canto suo, ha chiesto di superare i dazi applicati in modo generalizzato e di affrontare insieme, con gli alleati, la concorrenza delle economie non basate sul libero mercato.
La frattura riguarda il modo di contare
Il settore finanziario americano non respinge ogni elemento della lettura trumpiana. Anche Dimon ritiene che l’Europa debba spendere di più per la difesa, che abbia beneficiato troppo a lungo della protezione statunitense e che la Cina rappresenti una sfida strategica. Il dissenso riguarda la risposta da adottare.
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Per Trump, la forza degli Stati Uniti passa soprattutto dall’uso del loro enorme mercato per ottenere concessioni dai singoli partner. Dimon e Griffin puntano invece su alleati in grado di condividere costi, rischi e strumenti della competizione. Non è una differenza marginale: sono due interpretazioni opposte del potere, una fondata sulla pressione bilaterale e l’altra sulla capacità collettiva.
Per l’Europa la questione è particolarmente concreta. Il continente importa quasi il 60 per cento dell’energia, dispone di un’industria militare ancora frammentata e non ha completato il proprio mercato dei capitali. Molte aziende innovative, inoltre, si trasferiscono negli Stati Uniti quando raggiungono la fase di crescita più importante. Parlare di autonomia strategica senza superare queste divisioni rischia quindi di lasciare intatto il problema.
Il nodo che il commercio non scioglie
Un accordo economico, tuttavia, non basterebbe a creare una vera comunità politica. Resterebbero da stabilire le procedure per prendere decisioni comuni, le regole sul trasferimento di tecnologie verso le autocrazie, la risposta a eventuali pressioni economiche cinesi e le modalità con cui utilizzare, per la difesa, ciò che gli alleati avessero prodotto insieme.
Dimon non propone un governo occidentale, né un parlamento comune o una federazione formalmente istituita. La sua proposta arriva però vicino a quel problema: una cooperazione tanto stretta richiederebbe prima o poi di chiarire chi ha l’autorità di decidere e quali vincoli condividere.
Marco Pannella aveva formulato una visione ancora più ambiziosa. Nel 2004, durante un intervento a New York, sostenne la necessità di costruire un’intesa strategica tra le due sponde dell’Atlantico sulla base della comune tradizione storica, culturale, giuridica e democratica. Al Tg1 aveva previsto la nascita degli «Stati Uniti d’Europa e d’America» entro 12 o 14 anni: una previsione sbagliata nei tempi, ma forse non nella direzione indicata.
La spinta verso un progetto simile nasce oggi da un calcolo meno ideale e più pratico. Gli Stati nazionali faticano a competere con potenze continentali e sistemi economici di dimensioni enormi. «America First» ha intercettato le paure prodotte dalla globalizzazione, ma potrebbe rivelarsi insufficiente quando la gara riguarda interi blocchi.
La domanda, allora, non è soltanto quanto gli Stati Uniti possano diventare grandi da soli. È anche quanto possano restare potenti in un Occidente diviso e vulnerabile. La federazione delle democrazie, un tempo confinata ai progetti degli utopisti, comincia così a presentarsi come un possibile interesse strategico.
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