Alzheimer, la diagnosi non è uguale per tutti: cosa divide le Regioni
Un’analisi presentata alla Camera fotografa le disparità nell’assistenza e indica le priorità per preparare il Servizio sanitario alle nuove terapie.
La possibilità di ricevere una diagnosi tempestiva e un’assistenza adeguata continua a dipendere dalla Regione in cui si vive. È questa la principale criticità emersa durante l’incontro dedicato all’Alzheimer, organizzato alla Camera dei deputati su iniziativa di Annarita Patriarca, promotrice dell’Intergruppo parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer.
In Italia la malattia interessa circa 700mila persone e coinvolge più di 3 milioni tra familiari e assistenti. Il tema non riguarda soltanto la salute dei pazienti: la demenza incide sull’autonomia individuale, sull’organizzazione delle famiglie e sulla capacità dei servizi di garantire sostegno per tutto il decorso della malattia.
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La rete resta troppo disomogenea
Il documento di analisi realizzato da Altems Advisory ha esaminato programmazione, organizzazione e percorsi di cura in 9 Regioni. Il quadro mostra che piani e strumenti istituzionali sono spesso presenti, ma la loro applicazione concreta procede a velocità diverse: cambiano il coordinamento tra servizi, la condivisione dei dati, il sostegno ai familiari e l’accesso agli approfondimenti diagnostici.
Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità citati nel rapporto, soltanto 2 Centri per i disturbi cognitivi e le demenze su 3 dispongono a livello nazionale dell’accesso alla Pet amiloide. Nelle 9 Regioni esaminate, la percentuale oscilla da circa il 48% al 92%, una forbice che evidenzia quanto l’offerta possa variare sul territorio.
Patrizia Spadin, presidente dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer, ha affermato: «Sempre più l’Alzheimer diventa una malattia per ricchi». La rappresentante dei pazienti ha segnalato inoltre che meno della metà delle persone con diagnosi viene presa in carico dai Centri dedicati e che, nelle fasi avanzate o in presenza di disturbi comportamentali, mancano spesso strutture e specialisti adeguati.
Nuove cure, il nodo della diagnosi
Il futuro Piano nazionale demenze 2027-2031 punta a superare una gestione basata soprattutto su progetti temporanei. Il documento è articolato in 7 aree e prevede obiettivi, azioni e indicatori per rendere più stabile la programmazione, rafforzando il collegamento tra centri specialistici, medicina generale e servizi territoriali.
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Tra le priorità indicate figurano la prevenzione, l’individuazione biologica precoce della malattia e l’impiego di biomarcatori, compresi quelli ricavati dal sangue. Questi strumenti possono rendere gli accertamenti più rapidi e accessibili, ma devono essere inseriti in protocolli clinici appropriati e accompagnati da un migliore accesso agli esami specialistici.
La diagnosi tempestiva assume un peso ulteriore con l’arrivo di farmaci in grado di rallentare la progressione dell’Alzheimer. Per individuare le persone che potrebbero beneficiarne non basta, però, avere a disposizione una singola tecnologia: serve una rete capace di accompagnare il paziente dal primo sospetto alla diagnosi, al trattamento e alla continuità dell’assistenza.
Più risorse per rendere stabile il sistema
L’Italia può contare sul Piano nazionale demenze del 2014, sul Tavolo permanente sulla demenza e sul Fondo per l’Alzheimer e le demenze. Questi strumenti hanno permesso alle Regioni di avviare diversi interventi, ma l’analisi presentata alla Camera evidenzia la necessità di trasformare le esperienze locali in servizi continuativi e omogenei.
Nel triennio 2024-2026 il Fondo ha assegnato alle Regioni 33,4 milioni di euro, oltre il doppio rispetto al periodo precedente. Secondo il documento, l’incremento costituisce una base da rafforzare con finanziamenti adeguati e programmi più lunghi dei tre anni, così da evitare che le iniziative si interrompano prima di diventare strutturali.
Per Annarita Patriarca, riportare l’Alzheimer al centro dell’agenda pubblica significa tradurre l’evoluzione diagnostica e terapeutica in servizi realmente accessibili. L’obiettivo indicato durante l’incontro è costruire un sistema nel quale le famiglie possano contare su sostegno e assistenza senza che la qualità del percorso dipenda dal territorio di residenza.
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