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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Alzheimer, l’Italia è pronta all’innovazione? Il nodo delle Regioni

Un confronto alla Camera mette in luce le difficoltà del sistema italiano tra diagnosi precoce, nuovi trattamenti, assistenza ai caregiver e forti differenze territoriali.

La disponibilità di nuovi strumenti per individuare e trattare l’Alzheimer rischia di accentuare le disuguaglianze già presenti nell’assistenza. È questo uno dei principali temi emersi il 20 ottobre alla Camera dei deputati, durante l’incontro “La malattia di Alzheimer come sfida di sanità pubblica”, promosso da Annarita Patriarca, deputata e promotrice dell’Intergruppo parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer.

In Italia la malattia riguarda circa 700mila persone e coinvolge più di 3 milioni tra familiari e caregiver. Il confronto ha riunito istituzioni, esperti, rappresentanti delle Regioni e associazioni dei pazienti per discutere i risultati di un’analisi condotta su nove sistemi regionali e le condizioni necessarie a rendere più omogenea la presa in carico.

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Diagnosi e cure non sono uguali ovunque

Il documento realizzato da Altems Advisory ha esaminato la programmazione sanitaria, il funzionamento delle reti assistenziali e i percorsi per diagnosi e trattamento in 9 Regioni. Dall’analisi emerge che piani e provvedimenti sono spesso presenti sul piano formale, ma la loro applicazione concreta resta discontinua. Governance, condivisione dei dati, collegamento tra servizi e sostegno ai caregiver mostrano livelli di sviluppo diversi.

La distanza si riflette anche nell’accesso agli esami più avanzati. Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità citati nel rapporto, soltanto 2 Centri per i disturbi cognitivi e le demenze su 3 dispongono a livello nazionale della Pet amiloide. Nelle Regioni esaminate, la percentuale oscilla invece tra circa il 48% e il 92%.

Queste differenze assumono un peso maggiore con l’arrivo di terapie capaci di agire sui meccanismi biologici della malattia per rallentarne la progressione. Per individuare i pazienti che potrebbero beneficiarne servono diagnosi tempestive, protocolli condivisi e una rete in grado di collegare medici di medicina generale, centri specialistici e servizi sociosanitari.

Patrizia Spadin, presidente di Aima, ha richiamato le difficoltà vissute quotidianamente dalle famiglie: “Sempre più l’Alzheimer diventa una malattia per ricchi”. Nel suo intervento ha sottolineato che meno del 50% delle persone con diagnosi viene seguito dai Centri per i disturbi cognitivi e le demenze e che, nelle fasi avanzate, l’offerta per i pazienti con problemi comportamentali rimane insufficiente in gran parte del Paese.


Il nuovo piano punta alla continuità

L’Italia dispone già di un quadro istituzionale costruito a partire dal Piano nazionale demenze del 2014, affiancato dal Tavolo permanente sulla demenza e dal Fondo per l’Alzheimer e le demenze. Il nuovo Piano nazionale demenze 2027-2031 prova a spostare il sistema da interventi legati a singoli progetti verso una programmazione stabile.

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Il documento è organizzato in 7 aree e prevede obiettivi, azioni e indicatori per verificare i risultati. Tra le direttrici indicate figurano il raccordo tra strutture specialistiche e assistenza territoriale, il supporto ai caregiver, la prevenzione e l’introduzione di sistemi informativi capaci di misurare la qualità dei servizi.

Un capitolo centrale riguarda la diagnosi biologica precoce. I biomarcatori, compresi quelli ematici, possono rendere l’identificazione della malattia più rapida e accessibile, ma il loro impiego deve essere inserito in percorsi clinici appropriati e accompagnato da un maggiore accesso agli esami specialistici.

Annarita Patriarca ha spiegato che l’obiettivo dell’iniziativa è riportare nell’agenda pubblica le necessità delle persone malate e delle loro famiglie. Di fronte all’evoluzione delle possibilità diagnostiche e terapeutiche, ha aggiunto, le istituzioni devono fare in modo che l’innovazione diventi assistenza concreta e disponibile in ogni area del territorio nazionale.


Risorse e organizzazione restano decisive

Per rendere effettivi i cambiamenti non bastano le tecnologie. Occorrono una regia operativa, percorsi aggiornati, banche dati interoperabili e una continuità assistenziale capace di accompagnare il paziente dai primi segnali fino alle fasi più complesse della malattia.

Eugenio Di Brino, co-fondatore e partner di Altems Advisory, ha osservato che nei nove territori esaminati la convergenza è soprattutto documentale, mentre sul campo persistono differenze nelle reti e nei percorsi diagnostici. La preparazione all’innovazione, ha chiarito, non può essere valutata soltanto contando le apparecchiature disponibili, ma deve considerare l’integrazione tra organizzazione, informazioni cliniche e servizi.

Anche la durata dei finanziamenti rappresenta un elemento rilevante. Nel triennio 2024-2026 il Fondo per l’Alzheimer e le demenze ha assegnato alle Regioni 33,4 milioni di euro, una cifra superiore al doppio di quella del periodo precedente. Secondo l’analisi discussa alla Camera, questo stanziamento costituisce una base da rafforzare con risorse adeguate e programmi più lunghi di tre anni, così da trasformare gli interventi avviati in servizi permanenti.

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