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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Alzheimer, il progetto Rapid propone una rete nazionale

Il documento raccoglie 55 raccomandazioni per diagnosi rapide, cure coordinate e accesso uniforme alle nuove terapie.

Il progetto Rapid ha definito un modello nazionale per rendere più rapida la diagnosi dell’Alzheimer e organizzare meglio l’assistenza. Il documento di consenso, pubblicato su Neurological Sciences, indica anche come preparare il Servizio sanitario nazionale all’arrivo delle terapie capaci di modificare il decorso della malattia.

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Una rete su tre livelli

Le indicazioni sono state elaborate da 13 specialisti di neurologia, geriatria, neuroradiologia, medicina generale e programmazione sanitaria, con il coinvolgimento di un rappresentante dei pazienti. Il gruppo, coordinato sul piano metodologico da Iqvia e con il supporto di Eisai Italia, ha approvato tutte le 55 raccomandazioni sottoposte alla valutazione.

Il modello prevede una regia regionale e tre livelli assistenziali. Nei servizi territoriali, il medico di medicina generale dovrebbe svolgere una prima valutazione delle condizioni cognitive e della fragilità, indirizzando le persone verso i centri Spoke o verso le Unità di valutazione multidimensionale, presenti nelle Case di comunità e nelle strutture distrettuali equivalenti.

I centri Spoke avrebbero il compito di eseguire gli accertamenti clinici, neuropsicologici e neuroradiologici, seguendo nel tempo le persone con decadimento cognitivo lieve o demenza. I centri Hub, invece, completerebbero la diagnosi e stabilirebbero l’eventuale accesso alle nuove cure; quelli autorizzati si occuperebbero anche della prescrizione, della somministrazione e dei controlli.


Diagnosi e nuove terapie

Il documento nasce da un’analisi svolta in sette strutture italiane, appartenenti a diverse aree geografiche. Interviste a operatori clinici e responsabili gestionali hanno permesso di esaminare i percorsi attuali e il livello di preparazione dei centri, mettendo a confronto anche le linee guida nazionali e internazionali e i modelli adottati all’estero.

In Italia le persone con demenza sono circa 1,4 milioni, secondo le stime 2025 di Alzheimer Europe, e circa 600mila hanno la malattia di Alzheimer. La spesa annuale raggiunge 15,6 miliardi di euro e per circa l’80% grava direttamente sulle famiglie. L’organizzazione dei Centri per i disturbi cognitivi e le demenze varia però molto tra le Regioni, soprattutto per risorse disponibili, lavoro tra professionisti e accesso agli esami più avanzati.

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L’introduzione delle nuove terapie richiede la conferma biologica della malattia, una valutazione collegiale dell’idoneità e controlli periodici con risonanza magnetica. Per questo Rapid suggerisce criteri regionali chiari per autorizzare i centri Hub, una programmazione basata sul numero di infusioni, visite e risonanze sostenibili, oltre alla possibilità per i pazienti di rivolgersi alla struttura di riferimento della propria area.

Mario Zappia, professore all’Università degli Studi di Catania e presidente della Società italiana di neurologia, ha spiegato che «intervenire precocemente richiede una diagnosi tempestiva, una selezione appropriata dei pazienti e un monitoraggio strutturato». Il progetto, ha aggiunto, punta a trasformare il confronto tra competenze diverse e le prove disponibili in indicazioni applicabili in modo omogeneo.


Regole comuni per i percorsi

Tra le proposte figurano protocolli condivisi per la risonanza magnetica e per le valutazioni neuropsicologiche, modelli uniformi per i referti dei biomarcatori e l’introduzione graduale degli indicatori presenti nel sangue. La telemedicina potrebbe facilitare il collegamento tra i diversi livelli e portare alcune attività più vicino alle persone assistite.

Il sistema dovrebbe inoltre garantire informazione e consulenza continuative a pazienti e caregiver, coinvolgendoli nelle decisioni di cura e rispettando la volontà della persona. Alessandro Padovani, professore all’Università di Brescia e direttore della Neurologia degli Spedali Civili, ha chiarito che la proposta non richiede nuove strutture: assegna invece funzioni definite a quelle già presenti e consente alle Regioni di adattare la rete alle proprie risorse.

Patrizia Spadin, dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer, ha richiamato il peso assistenziale, economico ed emotivo sostenuto dalle famiglie e le differenze ancora esistenti tra territori nei tempi della diagnosi e della presa in carico. Il modello Rapid è destinato alle autorità sanitarie regionali come base per organizzare Uvm, centri Spoke e centri Hub in base alla popolazione, alle strutture disponibili e alla domanda di assistenza.

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