Alzheimer, una rete nazionale per diagnosi e terapie
Il progetto Rapid raccoglie 55 raccomandazioni e propone un coordinamento regionale tra servizi territoriali, Spoke e Hub
Un documento di consenso propone di riorganizzare in Italia la diagnosi e l'assistenza alle persone con malattia di Alzheimer. Il progetto Rapid ha raccolto 55 raccomandazioni, approvate da 13 esperti, per costruire una rete coordinata su tre livelli e preparare l'arrivo delle nuove terapie.
Mario Zappia, presidente della Società italiana di neurologia, ha spiegato che i nuovi trattamenti rendono necessario intervenire prima, selezionare con attenzione i pazienti e assicurare controlli regolari. Il documento è stato pubblicato sulla rivista Neurological Sciences ed è nato con il sostegno di Eisai Italia e il coordinamento metodologico di Iqvia.
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Una rete su tre livelli
Il modello prevede un coordinamento regionale incaricato di seguire il percorso diagnostico e terapeutico, stabilire le dimensioni della rete in base alla domanda e verificare i risultati attraverso indicatori comuni. Non sono previste nuove strutture: i Centri per i disturbi cognitivi e le demenze già attivi potranno operare come Spoke o Hub in funzione delle competenze e delle risorse disponibili.
Il primo livello comprende i servizi territoriali. Il medico di medicina generale dovrebbe svolgere una valutazione iniziale delle capacità cognitive e della fragilità, indirizzando le persone con declino lieve verso i centri Spoke. Nei casi di maggiore fragilità o di demenza avanzata, il riferimento indicato sono invece le Unità di valutazione multidimensionale, collocate nelle Case di comunità o in strutture distrettuali equivalenti.
I centri Spoke effettuerebbero gli esami clinici, neuropsicologici e neuroradiologici, mantenendo la presa in carico dei pazienti con decadimento cognitivo o demenza. Gli Hub completerebbero gli accertamenti e stabilirebbero, attraverso un'équipe multidisciplinare, l'eventuale accesso ai nuovi farmaci; quelli autorizzati si occuperebbero anche di prescrizione, somministrazione e controlli.
Nuove cure e accesso uniforme
Le Regioni, in accordo con il ministero della Salute, dovrebbero fissare requisiti verificabili per personale, strutture e organizzazione degli Hub. La programmazione dovrebbe tenere conto del numero di infusioni, visite e risonanze che ciascun centro può garantire, assicurando al paziente un riferimento nell'area di residenza.
Il documento indica inoltre protocolli condivisi per la risonanza magnetica e i test neuropsicologici, oltre a modalità uniformi per riportare i risultati dei biomarcatori. È prevista anche un'introduzione graduale dei biomarcatori plasmatici. La telemedicina potrebbe facilitare il collegamento tra i diversi livelli e portare alcune prestazioni più vicino alle persone assistite.
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Alessandro Padovani, professore all'università di Brescia e direttore della Neurologia all'Asst Spedali Civili di Brescia, ha chiarito che il modello serve a definire responsabilità e criteri di invio senza creare nuovi servizi. L'obiettivo indicato è ridurre le differenze tra i territori e permettere a ogni paziente di ricevere l'assistenza più adatta.
I numeri della malattia
Le stime 2025 di Alzheimer Europe indicano in circa 1,4 milioni le persone con demenza in Italia, di cui circa 600mila con Alzheimer. La spesa complessiva raggiunge 15,6 miliardi di euro all'anno e per circa l'80% viene sostenuta direttamente dalle famiglie.
La diagnosi e l'assistenza fanno capo ai Centri per i disturbi cognitivi e le demenze, ma le Regioni presentano ancora differenze nelle risorse, nella collaborazione tra professionisti e nella disponibilità di strumenti diagnostici avanzati. L'applicazione del Dm 77/2022 e l'arrivo di cure che richiedono conferma biologica, valutazione multidisciplinare e risonanze periodiche rendono più complessa la gestione dei percorsi.
Patrizia Spadin, esponente dell'Associazione italiana malattia di Alzheimer, ha chiesto percorsi più comprensibili e punti di riferimento stabili. Secondo l'associazione, tempi e qualità della presa in carico dipendono ancora troppo dal luogo di residenza, con conseguenze assistenziali, economiche ed emotive per i caregiver.
Il progetto Rapid è stato elaborato dopo un'analisi svolta in 7 centri italiani, distribuiti in diverse aree geografiche, e dopo il confronto con linee guida e modelli adottati all'estero. Il gruppo di lavoro comprendeva neurologi, geriatri, un neuroradiologo, un medico di medicina generale, esperti di programmazione sanitaria e un rappresentante dei pazienti.
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