Alzheimer, rete a tre livelli per diagnosi e terapie
Il progetto Rapid raccoglie 55 indicazioni per ridurre le differenze regionali nell’assistenza alle persone con demenza
Il progetto Rapid ha definito un modello nazionale per rendere più rapida la diagnosi dell’Alzheimer e organizzare l’accesso alle nuove terapie. Il documento, pubblicato su Neurological Sciences, raccoglie 55 raccomandazioni condivise da 13 specialisti e propone una rete articolata tra servizi territoriali, centri Spoke e centri Hub.
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Una rete coordinata sul territorio
Il piano prevede una regia multidisciplinare regionale, affidata a un coordinatore incaricato di seguire il percorso diagnostico e terapeutico, stabilire la capacità dei servizi e verificare i risultati attraverso indicatori comuni. La struttura dovrebbe collegare le realtà già operative, senza creare nuovi presìdi.
Al primo livello si trovano i servizi territoriali. Il medico di famiglia valuta le funzioni cognitive e il grado di fragilità, quindi indirizza le persone con disturbi lievi verso i centri Spoke. Nei casi più complessi, caratterizzati da demenza avanzata o fragilità marcata, il riferimento indicato sono le Unità di valutazione multidimensionale, ospitate nelle Case di comunità o in strutture distrettuali equivalenti.
I centri Spoke svolgono gli esami clinici, neuropsicologici e neuroradiologici e seguono nel tempo le persone con decadimento cognitivo o demenza, anche quando non possono accedere ai trattamenti più recenti. Gli Hub completano gli accertamenti, valutano l’idoneità alle cure e, se autorizzati, gestiscono prescrizione, somministrazione e controlli.
Nuove cure e requisiti dei centri
Le Regioni, insieme al ministero della Salute, dovrebbero stabilire condizioni verificabili per strutture, organizzazione e personale degli Hub. La programmazione dei trattamenti dovrà tenere conto delle capacità dichiarate dai singoli centri, comprese infusioni, visite successive e risonanze magnetiche.
Il modello indica anche la necessità di assicurare a ogni paziente l’accesso al centro di riferimento della propria zona. Per uniformare i percorsi sono previsti procedure condivise per la risonanza e la valutazione neuropsicologica, criteri comuni per descrivere i biomarcatori e un’introduzione graduale dei biomarcatori presenti nel sangue.
La telemedicina potrà facilitare il collegamento tra i diversi livelli e consentire lo svolgimento vicino al domicilio di alcune attività. Sono inoltre indicati programmi continuativi di informazione e sostegno psicologico per pazienti e familiari, con un coinvolgimento diretto nelle decisioni assistenziali.
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Numeri e metodo del progetto
In Italia le persone con demenza sono circa 1,4 milioni, secondo le stime 2025 di Alzheimer Europe. Tra loro, circa 600mila convivono con l’Alzheimer. La spesa annuale raggiunge 15,6 miliardi di euro e per circa l’80% grava direttamente sui nuclei familiari.
Oggi i percorsi fanno capo ai Centri per i disturbi cognitivi e le demenze, ma l’offerta cambia sensibilmente da una Regione all’altra per risorse, lavoro tra professionisti e disponibilità degli esami più avanzati. L’applicazione del Dm 77/2022 e l’arrivo delle terapie che modificano l’evoluzione della malattia rendono necessaria anche la verifica biologica dell’Alzheimer, insieme a controlli periodici con risonanza magnetica.
La proposta è nata dall’esame dell’organizzazione di 7 centri italiani, scelti in aree geografiche differenti. Il gruppo di lavoro ha ascoltato operatori clinici e responsabili della gestione, confrontato linee guida nazionali e internazionali e analizzato modelli assistenziali stranieri. Le indicazioni sono state poi esaminate con il metodo Rand/Ucla, una procedura riconosciuta per la costruzione del consenso.
Le richieste di specialisti e famiglie
Mario Zappia, docente dell’Università degli Studi di Catania e presidente della Società italiana di neurologia, ha spiegato che l’aumento dei casi e l’arrivo dei nuovi farmaci impongono di aggiornare l’organizzazione dell’assistenza. Secondo Zappia, servono diagnosi rapide, selezione attenta dei pazienti e controlli programmati, così da applicare in modo omogeneo le indicazioni in tutto il Paese.
Alessandro Padovani, dell’Università di Brescia e direttore della Neurologia dell’Asst Spedali Civili di Brescia, ha chiarito che il modello utilizza le strutture già disponibili e assegna con maggiore precisione compiti e collegamenti. L’obiettivo, ha aggiunto, è indirizzare ciascuna persona al servizio più adatto, lasciando alle Regioni la possibilità di adattare la rete alle proprie risorse.
Patrizia Spadin, esponente dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer, ha richiamato il peso assistenziale, finanziario ed emotivo sostenuto dalle famiglie. Ha inoltre evidenziato che tempi e qualità delle cure dipendono ancora troppo dal luogo di residenza, con differenze che il progetto intende ridurre accompagnando pazienti e caregiver dalle prime valutazioni alle fasi avanzate.
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