Allargamento Ue, la svolta senza nuovi trattati: cosa cambia
Bruxelles punta su strumenti già disponibili, cooperazioni tra Stati e tutele più dure per gestire l’ingresso dei candidati senza riscrivere i trattati europei.
Il precedente del 2004 offre già un possibile modello per gestire l’arrivo di nuovi Paesi: allora, per sei mesi, i dieci commissari in carica lavorarono insieme ad altrettanti rappresentanti degli Stati appena entrati. È una soluzione transitoria che l’Unione europea potrebbe nuovamente considerare mentre prepara il prossimo allargamento.
Un collegio da ripensare
L’ingresso di altri membri obbligherà Bruxelles a riflettere anche sulla dimensione della Commissione e sull’equilibrio delle istituzioni europee. I trattati stabiliscono che il collegio dovrebbe comprendere commissari pari ai due terzi del numero complessivo degli Stati, attraverso una rotazione basata su criteri di parità, salvo una scelta diversa del Consiglio europeo.
Finora, tuttavia, è rimasto in vigore il criterio di un commissario per ciascun Paese. La Commissione ha assecondato questa impostazione introducendo la figura del vicepresidente esecutivo, ma considera ancora praticabile l’ipotesi di un organo più ristretto. Un gruppo ridotto renderebbe più agevole il coordinamento e permetterebbe di assegnare competenze più ampie; il sistema attuale, invece, garantisce una conoscenza diretta delle diverse realtà nazionali.
L’adesione senza riscrivere tutto
La strategia elaborata dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen mira a evitare una revisione complessiva dei trattati, considerata lunga e dall’esito incerto. L’obiettivo indicato a Strasburgo è mettere in campo soluzioni applicabili in tempi più brevi, anche se alcune di esse richiedono comunque il consenso unanime dei governi.
Tra gli strumenti disponibili figurano le clausole passerella, che in determinati ambiti possono permettere il passaggio alla maggioranza qualificata. La Commissione cita, tra gli altri, le sanzioni, il contrasto alla frode fiscale e alcuni interventi nel settore energetico. L’attivazione resterebbe soggetta all’unanimità del Consiglio europeo e potrebbe essere affiancata da garanzie per proteggere gli interessi nazionali essenziali.
Accanto a questo meccanismo, Bruxelles propone di usare più spesso la cooperazione rafforzata. Se un obiettivo comune non fosse raggiungibile entro un periodo ragionevole da tutti i Paesi, almeno nove Stati potrebbero procedere insieme, rispettando le condizioni previste dai trattati. La Commissione passerà in rassegna le proposte ancora bloccate per verificare dove questa formula possa superare una paralisi prolungata.
Più tutele contro gli arretramenti
Un altro punto centrale riguarda le garanzie da inserire nei futuri accordi di adesione. Le salvaguardie già esistenti coprono economia, mercato interno, giustizia e affari interni, ma il loro periodo ordinario di tre anni viene giudicato insufficiente. La durata potrebbe quindi essere ampliata, lasciando al Consiglio la decisione finale, con un’ipotesi compresa tra 10-15 anni.
Un funzionario europeo ha sottolineato che si tratta di strumenti destinati a proteggere l’Unione, non di una forma di appartenenza di livello inferiore: «Sono misure mirate e temporanee». Il loro impiego non sarebbe automatico, perché l’attivazione richiederebbe il verificarsi delle condizioni specifiche previste dalle clausole.
Il rapporto sullo Stato di diritto verrebbe esteso progressivamente ai Paesi candidati, quando raggiungeranno il livello di preparazione necessario. Dopo l’ingresso, i nuovi membri sarebbero sottoposti all’intero sistema europeo di controllo. I trattati potrebbero inoltre prevedere rimedi circoscritti nel caso in cui gravi carenze mettessero a rischio il funzionamento dell’Unione.
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Fra le ipotesi figura una tutela istituzionale contro violazioni molto serie dei valori indicati dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea e del principio di leale cooperazione. Nei casi estremi si arriverebbe anche alla sospensione del diritto di voto. Un’altra possibilità riguarda la rinuncia temporanea, da parte del nuovo Stato, all’opposizione su future adesioni o controversie bilaterali.
Ucraina, il nodo agricolo
La questione più complessa riguarda l’Ucraina, molto diversa dagli altri principali candidati per popolazione e peso economico. Il Paese conta circa 40 milioni di abitanti, anche se la guerra rende difficile una stima precisa, e dispone di un comparto agricolo particolarmente competitivo, guardato con preoccupazione dai produttori dell’Unione.
Per favorire il consenso necessario all’adesione, la Commissione prospetta limiti «in misura significativa» al sostegno finanziario e all’accesso al mercato europeo per alcuni prodotti agricoli sensibili. L’obiettivo sarebbe aiutare Kiev a recuperare gli sbocchi commerciali esterni utilizzati prima dell’invasione russa, soprattutto in Nordafrica e Medio Oriente.
Secondo un alto funzionario europeo, riversare quelle esportazioni sui mercati dell’Unione potrebbe creare seri problemi di approvvigionamento nei Paesi che oggi dipendono da tali forniture, fino al rischio di «carestie». La gestione del dossier agricolo diventa così uno degli elementi decisivi per costruire l’unanimità richiesta in Consiglio.
I candidati e il calendario
La comunicazione della Commissione, arrivata con quasi un anno di ritardo rispetto alla previsione del novembre 2025, nasce mentre il Montenegro appare il candidato più vicino alla conclusione del percorso. Il Paese, che conta circa 640mila abitanti, punta a chiudere tutti i capitoli negoziali entro la fine dell’anno.
L’Albania, con 2,4 milioni di abitanti, mira invece a terminare i negoziati entro fine 2027. La Moldova, poco al di sotto dei 3 milioni di persone, indica la metà del 2028 come obiettivo. Per questi tre Stati, di dimensioni relativamente contenute, l’impatto sull’equilibrio dell’Unione sarebbe diverso da quello legato all’ingresso dell’Ucraina.
Tra le proposte rientra anche l’uso della maggioranza qualificata per aprire i gruppi tematici dei negoziati e per assumere decisioni intermedie durante il processo di adesione. La revisione della politica di preallargamento punta così a rendere più gestibile l’espansione dell’Unione, senza modificare formalmente i trattati.
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