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Attualità 4 min di lettura53 min fa

Albania, la stabilità di Rama copre l’erosione democratica

Le proteste contro i progetti turistici denunciano leggi su misura, potere accentrato e contrappesi istituzionali indeboliti

In Albania, le proteste di Tirana hanno assunto la forma di una contestazione politica contro l’accentramento del potere e l’indebolimento delle garanzie democratiche. La mobilitazione, chiamata “Rivoluzione dei fenicotteri”, riunisce studenti, accademici, residenti e associazioni civiche.

La protesta è nata attorno alla tutela dell’ecosistema Vjosa-Narta, ma si è rapidamente allargata. Nel mirino sono finite le norme approvate per agevolare grandi iniziative private, la scarsa trasparenza delle procedure e un sistema decisionale percepito come sottratto al confronto pubblico.

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La protesta contro i progetti turistici

Il caso più discusso riguarda lo sviluppo previsto nell’area di Saseno e Zvërnec. Per favorire il grande progetto turistico di Affinity Partners, società collegata a Jared Kushner, il governo ha promosso modifiche legislative considerate su misura dagli oppositori.

Secondo i manifestanti, quelle disposizioni hanno ridotto il peso delle protezioni ambientali e degli impegni internazionali assunti dall’Albania per la difesa del territorio e del paesaggio. Il fenicottero rosa della laguna di Narta è diventato il simbolo di una protesta che non riguarda più soltanto la salvaguardia naturalistica.

Residenti, professionisti e attivisti hanno portato in piazza contestazioni più ampie: la denuncia di uno Stato condizionato da interessi privati, la richiesta di procedure verificabili e il rifiuto delle decisioni adottate senza un vero contraddittorio. L’ingresso degli studenti ha aggiunto rivendicazioni sul sistema universitario e la richiesta di dimissioni dell’esecutivo.


Perché Rama resta un alleato

Per le capitali europee e atlantiche, Tirana ha rappresentato per anni un punto di riferimento relativamente stabile nei Balcani occidentali. Le tensioni tra Belgrado e Pristina, le difficoltà istituzionali della Bosnia-Erzegovina e la presenza crescente di altri attori geopolitici hanno accresciuto il valore di un governo albanese apertamente vicino all’Occidente.

L’Albania è allineata alla Nato e ha offerto collaborazione su dossier sensibili. Tra gli esempi figurano l’accoglienza di rifugiati afghani nel 2021 e l’intesa con l’Italia per la gestione extraterritoriale dei flussi migratori. Queste scelte hanno rafforzato il peso diplomatico di Edi Rama.

La collaborazione, però, si è trasformata in un rapporto basato soprattutto sulla prevedibilità. Di fronte alle crisi regionali, diversi partner hanno finito per privilegiare la continuità del governo e il controllo dei confini rispetto alla solidità dello Stato di diritto. La reputazione internazionale di Tirana ha così attenuato l’attenzione sulle debolezze dei contrappesi istituzionali.


Un sistema politico senza equilibrio

Le origini di questa fragilità risalgono alla transizione iniziata dopo la caduta del regime di Enver Hoxha nel 1991. Il passaggio al pluralismo non ha prodotto una democrazia liberale pienamente consolidata, ma una contrapposizione duratura tra Partito democratico e Partito socialista.

Le due formazioni hanno mantenuto, al di là delle rispettive posizioni ufficiali, una concezione personalistica e clientelare dell’amministrazione. La conquista del governo è stata spesso accompagnata dalla sostituzione dei vertici pubblici e dalla delegittimazione dell’avversario.

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Dopo il collasso degli schemi piramidali nel 1997 e il caos armato che ne seguì, la missione internazionale Alba contribuì a ristabilire l’ordine. Da allora, nelle cancellerie occidentali si è rafforzata l’idea che la sicurezza del fianco adriatico e la stabilità delle frontiere dovessero avere la precedenza sulla costruzione di istituzioni più autonome.


Crescita e concentrazione del potere

Negli ultimi anni, il governo ha accompagnato la propria immagine internazionale con grandi interventi urbani, investimenti esteri e un forte aumento del turismo. Questa rappresentazione dell’Albania come Paese in rapida modernizzazione ha convissuto con dubbi sulla trasparenza dei partenariati pubblico-privato e sull’assegnazione dei vantaggi economici.

Il ricorso alla qualifica di “investitore strategico” ha alimentato interrogativi sulla concorrenza e sulla possibile concentrazione delle opportunità in gruppi vicini al potere. Le coste e le aree urbane più redditizie sono diventate il principale terreno di confronto tra sviluppo, interessi immobiliari e tutela dell’interesse collettivo.

Anche la magistratura è sottoposta a una prova delicata. La riforma avviata nel 2016 con l’appoggio di Stati Uniti e Unione europea ha introdotto controlli sui magistrati e istituito la Struttura speciale anticorruzione, ottenendo risultati nelle indagini sulle reti clientelari e sulla corruzione ai livelli più alti.

Le inchieste hanno però raggiunto anche figure legate all’attuale maggioranza. Belinda Balluku, già vicepremier e ministra delle Infrastrutture, è stata incriminata per la gestione clientelare di grandi appalti. Inoltre, l’incriminazione di Vlora Hyseni per rivelazione di segreti di Stato ha provocato la decapitazione dei Servizi di Sicurezza albanesi.


Opposizione debole e dissenso nelle piazze

Il Partito democratico non è riuscito a trasformare il malcontento in un’alternativa compatta. La leadership di Sali Berisha, già isolata a livello internazionale anche dopo le misure adottate dal Dipartimento di Stato statunitense, ha contribuito a mantenere fragile l’opposizione parlamentare.

L’assenza di un controllo efficace dentro il Parlamento ha spinto il conflitto politico verso altri luoghi: università, associazioni professionali, movimenti civici e manifestazioni di piazza. La “Rivoluzione dei fenicotteri” nasce anche da questo vuoto di rappresentanza.

A pesare sul Paese è infine l’emigrazione di massa, che ha ridotto la disponibilità di lavoratori qualificati, professionisti e giovani generazioni.

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