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Sulcis-Iglesiente, il viaggio sottoterra tra ipogei e miniere

Dalle abitazioni scavate nella roccia ai vigneti di Carignano, passando per tonnare e villaggi fantasma: un itinerario nella Sardegna più antica.

Non è soltanto il mare a raccontare il Sulcis-Iglesiente. In questa parte sud-occidentale della Sardegna, paesaggi, tradizioni e testimonianze del passato si sovrappongono: sotto le strade di Sant’Antioco si nascondono antiche tombe trasformate in case, mentre intorno a Iglesias restano le tracce di una lunga stagione mineraria. Tra i due estremi trovano spazio i vigneti di Calasetta, la pesca del tonno a Carloforte, il borgo silenzioso di Tratalias e la grande necropoli di Montessu.


Sant’Antioco conserva una città nascosta

Il percorso può iniziare dal Villaggio Ipogeo di Sant’Antioco, dove gli ambienti sotterranei raccontano una storia di necessità e adattamento. Le cavità erano state ricavate all’interno di una necropoli punica; secoli dopo, dalla seconda metà del Settecento, vennero trasformate in abitazioni dalle famiglie più povere dell’isola.

Le stanze furono divise, imbiancate e attrezzate, in alcuni casi, con piccoli forni per preparare il pane. Chi viveva in questi spazi era noto come “gruttaiusu”, cioè abitante delle grotte, e spesso ricavava il proprio sostentamento dalla lavorazione delle foglie di palma nana, utilizzate per intrecciare scope, borse e cordami.

Gli ipogei rimasero abitati anche nel Novecento, fino alla costruzione delle case popolari nel secondo dopoguerra. In seguito molti ambienti divennero depositi e cantine, ma una parte è ancora visitabile attraverso itinerari museali. Sotto la Basilica di Sant’Antioco Martire si trovano inoltre le catacombe cristiane, realizzate tra il IV e il V secolo riutilizzando alcune tombe puniche.


Calasetta vive tra viti e mare

La storia di Calasetta nasce dall’incontro tra comunità diverse. Nel 1769 arrivarono trentotto famiglie provenienti da Pegli, dopo un precedente insediamento sull’isola tunisina di Tabarka. Pescatori di corallo e mercanti ottennero da Carlo Emanuele III il permesso di stabilirsi nella zona di Cala de Seda, di fronte a San Pietro.

Successivamente si unirono altri nuclei familiari originari di Carignano, nel Torinese, chiamati a contribuire allo sviluppo della coltivazione della vite. Alla tradizione locale viene attribuita proprio a questi coloni l’introduzione delle prime talee di Carignano, vitigno favorito dal clima asciutto, dal vento e dai terreni sabbiosi dell’isola.

Queste condizioni hanno contribuito anche alla conservazione di alcune piante durante la diffusione della fillossera tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo. In diversi vigneti le viti riuscirono a sopravvivere senza essere innestate su radici americane, come accadde invece in molte altre aree europee.


I vecchi vigneti raccontano il territorio

A Calasetta si possono ancora incontrare piante allevate ad alberello e vigne molto longeve. Una delle tecniche utilizzate per rinnovare i filari è la propaggine: un ramo viene piegato e interrato accanto alla pianta madre, così può sviluppare radici senza essere subito separato.

Stefano Verona, titolare della cantina La Scogliera, ha spiegato che «quando manca una vite, prendiamo un tralcio da quella accanto, lo pieghiamo e lo interriamo nel punto in cui serve una nuova pianta». La sua famiglia produce vino da cinque generazioni e la cantina propone degustazioni accompagnate dal racconto della storia vitivinicola locale.

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Carloforte e la memoria della tonnara

Sull’isola di San Pietro, a circa cinque chilometri dal centro di Carloforte, la località La Punta ospita la storica tonnara. L’impianto è formato da una rete di camere collegate e fissate con cavi e ancore: durante il passaggio dei tonni, il sistema li indirizza progressivamente verso la parte terminale, dove si svolge la cattura conclusiva.

A terra si trova lo stabilimento destinato alla lavorazione e alla conservazione del pescato. Per comprendere meglio il funzionamento della tonnara si può visitare il Museo civico Casa del Duca, all’interno del fortino Carlo Emanuele III.

La Sala della Tonnara conserva strumenti originali e un modello del “calato”, costruito da un vecchio rais, il responsabile dell’impianto. Un’altra ricostruzione mostra invece lo stabilimento ottocentesco di Portopaglia e permette di seguire le fasi successive alla pesca. Il tonno di Carloforte rappresenta anche l’eccezione in una cucina locale più legata ai prodotti della terra e alla pastorizia.


Iglesias, miniere e borghi silenziosi

Intorno a Iglesias il paesaggio conserva pozzi, gallerie, impianti produttivi e villaggi operai. Sono le testimonianze di un’attività estrattiva sviluppatasi dal Medioevo e proseguita fino alla seconda metà del Novecento, lasciando un patrimonio di archeologia industriale oggi esplorabile partendo dalla città e raggiungendo le aree minerarie vicine.

Tra i luoghi più significativi c’è la Grotta di Santa Barbara, compresa nella miniera di San Giovanni e situata a circa 15 chilometri da Iglesias. La cavità venne individuata nel 1952 mentre i minatori stavano prolungando una galleria; al suo interno si trovano grandi cristalli di barite, formatisi nell’arco di milioni di anni. L’accesso prevede un tratto all’interno della vecchia galleria mineraria.

Il viaggio può proseguire a Tratalias, dove il borgo disabitato restituisce l’impressione di uno spazio rimasto in attesa, quasi una scenografia priva di spettatori. A Villaperuccio, invece, la necropoli di Montessu colpisce per l’estensione e per i motivi a spirale presenti su alcune tombe.

Il Sulcis-Iglesiente comprende il Sulcis meridionale, con Sant’Antioco e San Pietro, e l’Iglesiente settentrionale. Tra i centri del territorio rientrano anche Carbonia, Portoscuso, Teulada, Santadi, Buggerru, Fluminimaggiore, Gonnesa e Musei: località diverse, unite dalla memoria delle miniere, dalle produzioni agricole e da una cucina in cui il Carignano, il tonno e le tradizioni pastorali occupano un posto centrale.

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