Armenia, il viaggio tra monasteri scolpiti e sapori antichi
Dalla musica del duduk alle gole dell’Azat, un itinerario tra pietra vulcanica, arte, cucina e memoria nel cuore del Caucaso meridionale.
Nel complesso monastico di Geghard la roccia non fa soltanto da sfondo: diventa parete, volta e parte integrante degli ambienti sacri. Il monastero, nascosto in una gola laterale, conserva chiese e sale capitolari ricavate direttamente dalla montagna; nel gavit, l’atrio tipico dell’architettura medievale armena, la luce penetra appena dai tamburi delle cupole, creando un’atmosfera raccolta e austera.
Poco distante, la tradizione si serve invece del fuoco e della convivialità. A Casa Sergey il lavash viene preparato secondo un procedimento antico: l’impasto, assottigliato su un cuscino imbottito, viene fatto aderire alle pareti incandescenti del tonir, il forno interrato in terracotta. Dopo pochi istanti il pane è pronto, sottile e fragrante; la sua preparazione è stata riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio Immateriale dell’Umanità.
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Il duduk racconta un popolo
La memoria armena passa anche attraverso un suono malinconico e profondo. Nella sua casa-giardino alle porte di Yerevan, il maestro Karen Hakobyan costruisce duduk utilizzando esclusivamente il legno dell’albicocco, albero simbolo del Paese.
Durante gli incontri con i visitatori, Hakobyan alterna spiegazioni ed esecuzioni. «Il duduk si suona sia nelle occasioni allegre sia in quelle tristi, sia alle feste sia ai funerali», racconta, sottolineando come la sua melodia appartenga alla storia armena. Accanto a questo strumento presenta lo shvi, piccolo flauto dal timbro pastorale, e la zampogna armena, più acuta e vivace.
La pietra come memoria nazionale
In Armenia il paesaggio sembra costruito attorno a una stessa materia: il tufo. A Yerevan assume sfumature rosate e riflette una luminosità calda; nei monasteri isolati sulle montagne tende invece a colori più scuri, coerenti con il carattere severo dei luoghi.
Un’espressione particolarmente forte di questa cultura sono i khachkar, le cosiddette croci di pietra inserite dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità. Le superfici, lavorate a mano con motivi vegetali e intrecci elaborati, non hanno avuto soltanto una funzione religiosa: nel corso dei secoli sono servite come testimonianze civili, segni di fondazione e presenze a difesa del territorio.
Per una comunità vissuta a lungo in una terra contesa, incidere la roccia ha rappresentato anche un modo per rendere visibili continuità e appartenenza. Ogni stele diventa così un documento scolpito, capace di unire fede, arte e vicende collettive.
Yerevan tra arte e panorami
La capitale è il punto di partenza naturale per conoscere il Paese. Yerevan, ridisegnata negli anni Venti del Novecento dall’architetto Alexander Tamanyan, alterna grandi spazi monumentali, viali alberati, locali all’aperto e angoli più raccolti. Il tufo vulcanico chiaro delle facciate le ha valso il soprannome di “città rosa”.
Il complesso più scenografico è la Cascade, una lunga successione di gradini, terrazze, fontane e aiuole. I lavori, avviati durante il periodo sovietico e fermati dopo il crollo dell’URSS nel 1991, sono ripartiti negli anni 2000 grazie a finanziamenti privati; l’opera resta ancora incompiuta e viene considerata un progetto destinato a trasformarsi nel tempo.
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Alla base, il Parco Tamanyan ospita sculture in bronzo di Fernando Botero, tra cui il celebre gatto, e opere di Jaume Plensa. Le scale mobili interne conducono alle gallerie del Cafesjian Center for the Arts, dove si incontrano installazioni contemporanee e lavori in vetro.
Dalle terrazze superiori lo sguardo abbraccia il Teatro dell’Opera e arriva fino a Piazza della Repubblica. Nel Museo di Storia dell’Armenia, affacciato sulla piazza, è conservata anche la scarpa di cuoio ritrovata nel 2008 nella grotta di Areni-1: risale a 5.500 anni fa, al 3.500 a.C.
Sapori, statue e montagne
Dalla parte alta della città si può raggiungere il Parco della Vittoria, dominato da Madre Armenia, monumentale figura in bronzo con la spada sollevata. Realizzata da Ara Harutyunyan negli anni ’60, sostituì la statua di Stalin e guarda verso Yerevan.
Dal piazzale, quando la visibilità lo consente, compare il Monte Ararat. La montagna, cara alla memoria armena e coperta di neve per gran parte dell’anno, si trova oggi oltre il confine, in territorio turco, per effetto delle vicende storiche che hanno ridisegnato la regione.
Anche la tavola conserva il carattere dell’incontro. Mayrig propone una cucina armeno-libanese nella quale le portate vengono condivise: tra le specialità ci sono i mante, ravioli di carne con pomodoro e yogurt freddo, e i fishnah kebabs, spiedini di pesce serviti con una salsa agrodolce alle amarene. Il pasto si chiude spesso con il gata, dolce da forno al burro disponibile in numerose varianti, anche con noci tritate.
Templi e rocce dell’Azat
Uscendo dalla capitale, la provincia di Kotayk conduce verso la valle del fiume Azat e verso il tempio di Garni. L’edificio, costruito nel I secolo d.C. dal re Tiridate I, è l’unica struttura ellenistica ancora conservata nel Caucaso; la sua posizione su un altopiano, circondato da montagne aride, ne accentua la presenza scenografica.
Sotto il tempio, un percorso di circa un chilometro porta nella gola, dopo una discesa di circa 900 metri. Qui le pareti basaltiche formano la cosiddetta Sinfonia delle Pietre: prismi regolari, spesso esagonali, creati dal raffreddamento di un’antica colata lavica.
Le colonne sembrano canne d’organo gigantesche e seguono la gola mentre il fiume Azat scorre sul fondo. Il rumore dell’acqua accompagna il sentiero e interrompe il silenzio di questo monumento geologico, una delle immagini più singolari dell’itinerario armeno.
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