Amin a Ceuta: la fuga dall’incubo marocchino e il mare dei cadaveri
Dopo la traversata del 30 luglio, il 35enne marocchino attende in Spagna una risposta alla domanda d’asilo presentata per la persecuzione legata al suo orientamento sessuale.
A Ceuta Amin ha trovato prima rifugio e poi nuove difficoltà. Dopo essere stato ospitato da una donna che avrebbe tentato di approfittarsi di lui e aver lasciato anche la casa di un giovane conosciuto su Grindr, il 35enne è riuscito a sistemarsi in un appartamento grazie al sostegno del compagno, residente a Marbella. «Il mio compagno è già tornato a Marbella, ma mi ha mandato un accordo di affidamento familiare, per dimostrare che si prenderà cura di me e che non rappresenterò un costo per lo Stato», ha raccontato.
A Ceuta dopo una doppia fuga
La permanenza nell’exclave spagnola è arrivata al termine di un percorso segnato dalla precarietà. Una donna gli aveva offerto un tetto, ma durante la notte avrebbe cercato un approccio sessuale; Amin, spaventato e stremato, ha preferito non rivelarle di essere gay. Dopo due giorni è stato invitato ad andarsene.
Per circa due settimane ha trovato ospitalità da un’altra persona conosciuta attraverso un annuncio sull’app per incontri. Anche quella soluzione si è interrotta bruscamente, fino all’intervento del partner, che lo ha aiutato a cercare una sistemazione e ha preparato la documentazione per sostenere la sua richiesta di protezione.
La traversata tra paura e morte
Il passaggio verso Ceuta si è trasformato in un’esperienza che Amin ha descritto come traumatica. Arrivato il 30 luglio a Rincón del Medik, a 25 chilometri dall’exclave, ha raggiunto la zona di El Tarajal, dove migliaia di persone tentavano di superare il confine. Un motociclista lo ha accompagnato vicino alla frontiera in cambio di 100 euro.
Dalla spiaggia, nonostante l’avvertimento di una donna che segnalava il rischio di annegamenti, Amin è entrato in acqua. «Sentivo i corpi sotto di me, sentivo i cadaveri, persone che urlavano, che mi toccavano, che cercavano di aggrapparsi a me», ha riferito. Nel caos ha visto una ragazza morire e soltanto lo zaino, secondo il suo racconto, gli ha permesso di restare a galla.
Raggiunti gli scogli, è stato assistito dalla Croce Rossa. Era scalzo, con le gambe ferite, e piangeva per lo shock; allo stesso tempo, ha spiegato, provava sollievo per aver lasciato il Marocco.
Numeri e attese nell’exclave
La vicenda di Amin si inserisce nella crisi migratoria esplosa tra il 30 e il 31 luglio. Dopo gli arrivi, circa 20mila persone risultavano ancora presenti a Ceuta, comprese oltre 2mila persone minorenni giunte senza accompagnatori.
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Molti aspettavano una decisione sulla domanda d’asilo oppure cercavano di ricongiungersi con familiari che vivono in Spagna. Tra loro ci sono anche persone partite non per ragioni economiche, ma per sottrarsi a persecuzioni o minacce connesse all’orientamento sessuale.
Dal ricatto alla protezione
Amin è originario di Tetouan, nel nord del Marocco. Ha seguito studi di gestione informatica, ma nella vita lavorativa ha trovato impiego soprattutto come cameriere. Nel colloquio con i funzionari incaricati di valutare la sua richiesta ha raccontato anche di essere stato sottoposto a tentativi di “cura” della sua omosessualità da parte di uno psicologo e di uno psichiatra, con terapie e medicinali prescritti per gli attacchi di panico.
La situazione familiare è precipitata dopo l’incontro, avvenuto il 1° giugno, con un uomo francese conosciuto su Grindr. Amin gli aveva inviato un video intimo, convinto di potersi fidare; quando l’altro ha scoperto che aveva un compagno a Marbella, con cui aveva una relazione aperta, il filmato è stato inoltrato ai suoi contatti, compresi i parenti.
All’inizio di luglio il padre lo avrebbe aggredito e cacciato di casa. Rifugiatosi per alcuni giorni nella palestra di un amico, Amin ha ricevuto anche minacce di morte dai fratelli; soltanto la madre, in segreto, avrebbe continuato a mantenere i contatti. «Un giorno all’inizio di luglio entrò nella mia stanza e iniziò a picchiarmi molto forte. Poi mi cacciò di casa», ha ricordato.
In Marocco l’omosessualità resta inoltre punita dall’articolo 489 del codice penale, che stabilisce pene detentive da sei mesi a tre anni e una sanzione compresa tra 200 e 1.000 dirham per gli atti tra persone dello stesso sesso, salvo che si configuri un reato più grave. Nel fascicolo di Amin la vulnerabilità legata all’orientamento sessuale è indicata come motivo della richiesta.
Assistito dall’avvocata África Monsalve, il 35enne ha ottenuto la possibilità di restare in Spagna per tre mesi, mentre le autorità esaminano il suo caso. La domanda è ora il passaggio decisivo per capire se la fuga dal Marocco potrà trasformarsi in una permanenza protetta.
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