Muse AI accede ai tuoi dati: la scommessa di Meta può diventare un rischio
L’assistente di Meta esegue compiti al posto dell’utente, conquista milioni di download e apre una nuova corsa tecnologica tra opportunità e privacy
La vera prova per Muse AI non sarà soltanto la sua capacità di prenotare un volo o rispondere alle email, ma la fiducia che riuscirà a ottenere dagli utenti. Meta chiede infatti di affidargli informazioni molto sensibili, mentre Mark Zuckerberg conosce bene il peso degli scandali legati alla gestione dei dati e delle controversie che hanno coinvolto il gruppo.
Un assistente con accesso alla vita digitale
L’agente può ricevere un obiettivo e occuparsi dei passaggi necessari: individua i messaggi prioritari, completa documenti, organizza una cena, acquista un biglietto aereo e, secondo le promesse, può persino cercare condizioni migliori per le utenze domestiche. Il suo compito non si limita quindi a fornire una risposta, ma consiste nell’agire direttamente per conto della persona, in modo continuativo.
Questa impostazione lo distingue da ChatGPT o Claude. Un chatbot elabora una richiesta e restituisce un risultato, mentre un agente mantiene il contesto, sceglie le operazioni da svolgere e procede attraverso servizi diversi. L’obiettivo dichiarato è un’attività permanente, «ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette», dentro WhatsApp, nelle piattaforme di Meta o in applicazioni esterne.
Lo spot mostra proprio questa ambizione: una donna prepara da mangiare e sistema un cocktail mentre il telefono gestisce messaggi, iscrizioni scolastiche e acquisti. Alla fine, circondata dagli invitati, pronuncia: «Ehi Muse, diamo inizio alle danze». La frase che accompagna le immagini riassume la promessa del prodotto: «L’intelligenza artificiale si dà da fare per te».
Meta prova a recuperare terreno
A pubblicare il filmato su X è stato Alexandr Wang, chief AI officer di Meta. Il ventinovenne, arrivato nel gruppo dopo l’acquisizione della sua start-up per quindici miliardi di dollari, ha contribuito a portare il video a un milione e mezzo di visualizzazioni in tempi rapidi.
Il lancio dell’app ha prodotto numeri ancora più significativi. In cinque giorni Muse AI è diventata il software gratuito più scaricato sugli store di Apple e Google e punta a raggiungere 2,8 milioni di download. Il risultato iniziale supera quello ottenuto da ChatGPT nel 2023, anche se il servizio è al momento riservato agli adulti di Stati Uniti e Canada.
Per Meta la posta in gioco va oltre il successo di una singola applicazione. Il gruppo è rimasto indietro nella precedente gara sui chatbot e ora tenta di recuperare nella fase degli strumenti capaci di compiere azioni autonome, trasformando l’assistente in un punto di accesso ai servizi digitali.
La nuova corsa passa dai processori
L’arrivo di Muse ha coinciso con un forte rialzo per Arm e AMD (Advanced Micro Devices), aziende coinvolte in intese con Meta sullo sviluppo di CPU destinate all’inferenza. Dall’8 settembre a oggi i tre titoli hanno guadagnato rispettivamente il diciassette, ventiquattro e ventisette per cento.
La differenza rispetto ai sistemi linguistici tradizionali riguarda anche l’hardware. I modelli alla base di ChatGPT e Claude richiedono soprattutto GPU, capaci di eseguire moltissimi calcoli contemporaneamente: è il terreno sul quale Nvidia ha costruito la sua crescita fino a diventare, in pochi anni, la società con la maggiore capitalizzazione al mondo.
Gli agenti, invece, devono affrontare sequenze di operazioni, valutare alternative e ripetere procedure. Per questo utilizzano anche CPU, processori più adatti a coordinare attività diverse una dopo l’altra: ricevono una richiesta, cercano una soluzione, attendono eventuali autorizzazioni e concludono l’operazione.
La distinzione può essere resa con un’immagine culinaria. Una CPU assomiglia a uno chef esperto, capace di cambiare piano davanti a un imprevisto; una GPU ricorda invece una squadra numerosa, in cui ogni addetto svolge nello stesso momento un compito specifico. Muse combina le due logiche attraverso Spark, il modello che lavora sulle GPU, e una macchina virtuale che contiene agente e informazioni personali.
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Dallo smartphone a un dispositivo dedicato
L’ambizione di Meta non si ferma all’applicazione. Durante la conferenza annuale del gruppo, Zuckerberg ha mostrato Muse Charm, un apparecchio compatto quanto una custodia per AirPods, dotato di avatar personalizzabile e simile, per impostazione, a un Tamagotchi.
Il dispositivo si attiva con il riconoscimento dell’impronta e riceve comandi vocali. L’idea è permettere all’utente di comunicare con il proprio agente senza passare da un computer o da un telefono, una direzione inseguita dall’industria tecnologica da circa dieci anni senza che smartwatch, occhiali intelligenti e visori siano riusciti a sostituire davvero lo smartphone.
Le previsioni spiegano l’entusiasmo attorno a questo comparto. Secondo gli analisti, il giro d’affari mondiale degli agenti IA potrebbe salire dagli otto miliardi di dollari stimati per il 2025 a quasi duecentoquaranta miliardi l’anno entro il 2034.
OpenAI potrebbe presentare a breve il proprio agente dopo l’ingresso di Peter Steinberger, creatore di Open Claw. Elon Musk lavora a Grok Bot, Apple sembra avvicinarsi a una versione di Siri potenziata dall’intelligenza artificiale e Instinct, fondata da un imprenditore di ventitré anni, ha già raggiunto una valutazione di dieci miliardi di dollari grazie al suo agente.
Privacy e commercio sotto pressione
La diffusione di questi strumenti preoccupa anche i grandi operatori dell’e-commerce. Se l’agente diventa l’intermediario tra cliente e negozio, il marketplace rischia di perdere il rapporto diretto con chi compra. Nel periodo novembre-dicembre dello scorso anno, il traffico generato dall’intelligenza artificiale è cresciuto del 693 per cento.
Amazon ha reagito impedendo a Muse di effettuare ordini sulla propria piattaforma. L’azienda ha accusato l’agente di aver iniziato a raccogliere dati sui clienti senza presentarsi correttamente; Shopify, invece, ha raggiunto un’intesa con Meta tre giorni più tardi.
Il nodo più delicato resta però l’accesso alle informazioni personali. Per funzionare davvero, Muse deve poter interagire con file, applicazioni, password, carte di credito e conti bancari, oltre a conoscere abitudini e interessi dell’utente. Questi dati possono inoltre contribuire all’addestramento del sistema, alimentando interrogativi rilevanti sulla riservatezza.
Meta sostiene di aver limitato i rischi: l’agente non entrerebbe direttamente in possesso delle credenziali più delicate, ma utilizzerebbe password e carte temporanee. A sorvegliare le sue attività ci sarebbe Sentinel, un secondo sistema incaricato di verificare che Muse resti entro i limiti del compito ricevuto.
Zuckerberg deve comunque convincere il pubblico che le protezioni siano sufficienti. Il fondatore di Meta ha già affrontato il caso Cambridge Analytica, ha accettato un patteggiamento da diciotto miliardi di dollari per chiudere una causa sui danni psicologici subiti dai minori attraverso i social ed è ancora coinvolto in class action negli Stati Uniti e in indagini francesi sulle fotocamere Ray-Ban Meta. La fiducia, più dei download, sarà il vero banco di prova per Muse.
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