Dots, l’agente OpenAI che lavora da solo: cosa cambia in Italia
Il nuovo sistema può usare un computer nel cloud, collegarsi a migliaia di applicazioni e continuare le attività anche senza una supervisione costante.
Per gli utenti italiani la novità ha un limite immediato: Dots non è disponibile al lancio con i normali abbonamenti ChatGPT. L’accesso è invece previsto per alcune aziende, mentre OpenAI presenta questo strumento come un assistente capace di portare avanti incarichi digitali anche quando la persona non sta interagendo con lui.
In Italia parte solo per le aziende
La distribuzione iniziale di Dots riguarda gli abbonati Pro che si trovano al di fuori dello Spazio economico europeo, della Svizzera e del Regno Unito. L’Italia resta quindi esclusa dalla prima fase destinata ai consumatori, nonostante ChatGPT sia regolarmente disponibile nel Paese.
Una possibilità esiste per gli account professionali. Dots è infatti previsto per le postazioni ChatGPT Business Premium in tutti i territori supportati dal servizio, compresa l’Italia. I clienti Enterprise possono accedere alla versione beta se l’amministratore del proprio ambiente di lavoro abilita la funzione. OpenAI avverte comunque che l’attivazione potrebbe richiedere alcuni giorni.
Un incarico, non una semplice risposta
La differenza rispetto al chatbot tradizionale sta nel modo in cui viene utilizzato. Invece di rispondere soltanto a una richiesta, Dots riceve un obiettivo e può occuparsi autonomamente delle attività necessarie: seguire un progetto, aggiornare una ricerca o svolgere un lavoro distribuito su più ore.
Ogni agente conserva la memoria delle operazioni già completate e può riprendere il compito in un secondo momento. Tiene conto anche delle correzioni ricevute, così da modificare gradualmente il proprio comportamento. L’utente può intervenire quando serve, senza dover mantenere aperta la conversazione o impartire istruzioni a ogni passaggio.
OpenAI descrive Dots come un assistente sempre operativo, in grado di continuare il lavoro anche quando la persona non sta utilizzando ChatGPT. La creazione iniziale avviene dal programma per computer o dalla versione web aperta su un computer; al debutto non è possibile creare un agente direttamente dall’applicazione mobile.
Il computer virtuale è il cuore del sistema
A ciascun Dot viene assegnata una macchina nel cloud dotata di un proprio browser. L’agente può utilizzarla per eseguire le operazioni richieste e l’utente ha la possibilità di osservare ciò che sta facendo accedendo a quell’ambiente.
Attraverso l’ecosistema dei componenti aggiuntivi di ChatGPT, Dots può collegarsi a oltre 4.000 applicazioni. Tra gli esempi citati figurano strumenti per la comunicazione e piattaforme aziendali; le attività possibili dipendono comunque dai permessi concessi dall’utente.
Con un’autorizzazione separata, l’agente può operare anche sul computer personale. In questo caso può lavorare sui file locali, usare il browser installato sulla macchina e creare attività tramite Work o Codex, gli strumenti di ChatGPT dedicati rispettivamente al lavoro e alla programmazione. Il risultato è un collegamento tra i sistemi di OpenAI e il dispositivo usato ogni giorno.
Dots sfida il modello di Meta
La nuova funzione si colloca nello stesso spazio di Muse, l’agente presentato da Meta tre settimane prima. Anche Muse dispone di una macchina virtuale e può svolgere operazioni prolungate, come visitare siti, compilare moduli, gestire la posta elettronica, organizzare viaggi o completare acquisti dopo l’autorizzazione dell’utente.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
I due prodotti conservano informazioni personali, continuano a lavorare anche dopo la chiusura dell’applicazione e possono interagire con servizi esterni. Entrambi puntano inoltre a rendere l’agente riconoscibile: Muse può essere personalizzato, mentre OpenAI consente di assegnare a Dots un nome e un avatar.
La differenza principale riguarda gli ecosistemi di partenza. Meta può contare su WhatsApp e, in prospettiva, sugli occhiali dotati di intelligenza artificiale. OpenAI punta invece sull’integrazione con ChatGPT, Codex e gli strumenti professionali: durante il DevDay, Dots è stato mostrato mentre operava tramite ChatGPT, Slack e Microsoft Teams.
L’agente può muoversi in autonomia
Dots può essere contattato da computer, web e dispositivo mobile. Può inoltre comparire nelle conversazioni di Slack e Microsoft Teams, mantenendo il contesto mentre l’utente passa da un servizio all’altro. È anche possibile telefonargli tramite ChatGPT, ma nella versione iniziale l’agente non può chiamare autonomamente il proprietario.
OpenAI ha introdotto una modalità chiamata ricerca proattiva. Quando non è in corso una conversazione, Dots può consultare in lettura le applicazioni già collegate e cercare elementi potenzialmente utili. Non può però inviare messaggi, cambiare contenuti o prendere il controllo del browser soltanto perché ha individuato un’azione da compiere: può preparare informazioni e proporre un’attività.
L’utente può programmare incarichi ricorrenti, come un controllo quotidiano del calendario, il monitoraggio di un progetto o la ripresa di un lavoro a intervalli prestabiliti. Le operazioni in corso, pianificate e concluse vengono raccolte in una cronologia dedicata.
I permessi restano il punto delicato
Un sistema capace di leggere documenti e operare su account personali richiede garanzie più stringenti rispetto a un chatbot che produce soltanto testo. In alcune situazioni Dots può anche agire su servizi esterni, per esempio durante un acquisto.
Per questo OpenAI consente di definire in anticipo quali azioni l’agente può svolgere senza consultare l’utente. Le operazioni più sensibili possono richiedere una conferma, mentre altre possono essere vietate del tutto: la modifica di una password, per esempio, rimane sotto il controllo diretto della persona.
Il sistema include anche una funzione denominata auto-review, pensata per verificare le azioni che potrebbero modificare un account o condividere informazioni. Il lancio di Dots segna così il passaggio da un’intelligenza artificiale reattiva a un software a cui affidare porzioni sempre più ampie del lavoro digitale, con il tema delle autorizzazioni destinato a rimanere centrale.
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