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Tecnologia 4 min di lettura37 min fa

Meta e i 25 miliardi: il calcolo che può far lievitare il conto

Il New Mexico ha contestato a Meta quasi 44 milioni di violazioni legate alla privacy, richiamando il caso Cambridge Analytica e le promesse fatte dopo lo scandalo

Meta ha annunciato l’intenzione di impugnare la sanzione record inflitta in New Mexico. C.J. Mahoney, responsabile legale del gruppo, ha sostenuto che la decisione «rende impossibile fare affari nello stato del New Mexico» e che il procedimento rischia di trasformarsi in «una tassa sulla libertà di parola» per imporre nuove regole sui contenuti pubblicati in rete.

Sul provvedimento pesa anche un interesse del 15% all’anno, pari a 3,75 miliardi di dollari ogni dodici mesi, che continuerà a maturare fino all’eventuale pagamento. Meta nega inoltre che sia stato dimostrato un danno concreto subito dagli utenti e contesta l’impostazione dell’accusa.

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Un conto da 43 miliardi di dollari

La cifra stabilita dal tribunale statale di Santa Fe ammonta a 25 miliardi di dollari. L’importo si aggiunge agli 18 miliardi previsti dall’intesa raggiunta lo scorso agosto per chiudere il procedimento federale promosso da 29 Stati: il totale potenziale arriva così a 43 miliardi di dollari, equivalenti a 38,27 miliardi di euro.

La condanna è stata pronunciata dal giudice Francis J. Mathew. Per determinare la somma, il tribunale ha applicato il limite massimo di 5.000 dollari alle 43.899.720 violazioni collegate a dichiarazioni ritenute ingannevoli. Il calcolo avrebbe prodotto circa 219,5 miliardi di dollari, ma la cifra è stata ridotta a 25 miliardi sulla base del principio di proporzionalità.


Il meccanismo dietro la sanzione

Il numero complessivo non corrisponde a singoli episodi di sottrazione dei dati. La giuria ha considerato 26 delle 29 dichiarazioni esaminate come comunicazioni fuorvianti per il pubblico e ha stimato, per ciascuna, quante persone in New Mexico potessero ragionevolmente essere raggiunte.

Sono stati utilizzati due riferimenti. Il primo è 1.386.648, cioè il numero degli utenti Facebook mensilmente attivi nello Stato al 30 giugno 2020; il secondo è 2.100.000, la popolazione approssimativa del New Mexico. Undici dichiarazioni sono state associate al secondo dato, per 23.100.000 violazioni, mentre le altre quindici hanno utilizzato il primo parametro, arrivando a 20.799.720. La somma è 43.899.720.

A questa base si sono aggiunti cinque casi relativi a pratiche commerciali considerate scorrette. Il totale finale è quindi salito a 43.899.725 violazioni. Tra gli esempi esaminati figura anche una promessa di Mark Zuckerberg del 24 maggio 2010, pubblicata sul Washington Post, riguardante il controllo sulla condivisione delle informazioni personali.


Cambridge Analytica resta il nodo centrale

Il procedimento, avviato nel 2021, prende le mosse dallo scandalo esploso nel marzo 2018. Cambridge Analytica, società britannica di consulenza politica, aveva ottenuto dati riferiti a milioni di utenti Facebook per elaborare profili degli elettori e orientare messaggi pubblicitari.

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La raccolta passava dall’applicazione “This Is Your Digital Life”, realizzata dal ricercatore Aleksandr Kogan e presentata come un test della personalità. Il sistema non si limitava a chi completava il questionario: le impostazioni tecniche di Facebook consentivano di acquisire informazioni anche sugli amici dei partecipanti.

Secondo la Federal Trade Commission, nel 2014 l’applicazione avrebbe raccolto dati di circa 250-270 mila partecipanti statunitensi e di 50-65 milioni di loro contatti. Le informazioni venivano utilizzate per stimare tratti della personalità e incrociate con gli archivi elettorali, così da costruire servizi di pubblicità politica mirata. Nel dicembre 2019 la stessa autorità aveva definito ingannevoli le modalità con cui Cambridge Analytica aveva ottenuto quei dati.


Le promesse dopo lo scandalo

Dopo la diffusione del caso, Facebook dichiarò di voler controllare le applicazioni che avevano avuto un accesso esteso alle informazioni degli utenti. Tra gli impegni annunciati figuravano l’esame degli strumenti sospetti, l’esclusione degli sviluppatori responsabili di abusi e l’avviso alle persone potenzialmente coinvolte.

Il processo ha valutato se quelle assicurazioni fossero state seguite da azioni adeguate. La ricostruzione giudiziaria riguarda un’indagine interna durata dal marzo 2018 al marzo 2021 e sostiene che Facebook abbia svolto soltanto 14 verifiche tecniche approfondite sulle applicazioni sospette.

Per il giudice, il numero era insufficiente rispetto alle migliaia di applicazioni considerate a rischio. Inoltre, gli utenti sarebbero stati informati soltanto in relazione a due applicazioni. La sentenza attribuisce il risultato anche a decisioni consapevoli, tra cui l’adozione di una definizione più restrittiva di abuso dei dati, capace di ridurre i casi da comunicare.

Nel giudizio sono finite anche dichiarazioni riguardanti la protezione delle informazioni personali, il contrasto alla disinformazione e ai contenuti d’odio, oltre all’impegno a trattare tutti i profili secondo criteri uniformi. Proprio l’insieme di queste promesse ha rafforzato il collegamento tra la causa del New Mexico e il caso Cambridge Analytica.

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