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Tecnologia 4 min di lettura7 ore fa

IA nelle imprese: chi ridisegna il lavoro eviterà il conto più salato

L’adozione dell’intelligenza artificiale cresce, ma senza una revisione dei ruoli e dei processi il rischio è perdere competenze, percorsi professionali e produttività.

Per affrontare davvero l’intelligenza artificiale non basta scegliere uno strumento e distribuirlo ai dipendenti. Secondo Marco Bentivogli, le aziende dovrebbero muoversi su tre livelli: formazione di base per tutti, capacità di decidere quali attività automatizzare o rafforzare e una strategia condivisa tra le diverse funzioni. A questo dovrebbe affiancarsi uno spazio permanente per le prove e gli esperimenti.

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L’alfabetizzazione viene prima degli strumenti

La conoscenza dell’IA non può restare concentrata in un piccolo gruppo di specialisti. Ogni area aziendale deve comprendere almeno i principi essenziali della tecnologia e imparare a valutarne l’utilità concreta, anche nei lavori manuali. Bentivogli sottolinea che formare le persone è ormai necessario per qualsiasi mansione, «compresa quella del saldatore».

Per le piccole imprese, spesso prive di risorse interne sufficienti, la diffusione di queste competenze dovrebbe essere sostenuta anche sul territorio. In questo percorso possono avere un ruolo associazioni come Confindustria, Confartigianato e Confcommercio, insieme alle organizzazioni sindacali. L’obiettivo non è soltanto insegnare a usare nuovi sistemi, ma creare consapevolezza sulle conseguenze che producono nell’organizzazione del lavoro.


Serve un architetto del lavoro

Bentivogli propone di introdurre la figura del “work architect”, cioè l’architetto del lavoro. Il suo compito sarebbe riprogettare le mansioni mentre l’automazione procede, intervenendo prima della scelta delle tecnologie e non limitandosi a verificare, dopo, come vengono utilizzate.

L’idea nasce dalla necessità di evitare un approccio esclusivamente tecnologico. Se alle persone vengono lasciate soltanto le attività che la macchina non riesce ancora a svolgere, senza valorizzarne responsabilità e capacità decisionali, il ruolo umano si restringe fino a diventare marginale. Per questo le imprese dovrebbero superare la divisione in silos e creare un coordinamento capace di collegare reparti diversi: l’IA attraversa infatti l’intera struttura aziendale.


La crescita resta lontana dalle Pmi

Il numero delle aziende italiane che utilizzano l’intelligenza artificiale è raddoppiato tra il 2024 e il 2025. La diffusione complessiva, tuttavia, rimane contenuta e il divario appare particolarmente marcato tra le piccole e medie imprese.

Bentivogli, coordinatore nazionale di Base Italia, docente e senior advisor della Graduate School of Management del Politecnico di Milano, ritiene che il problema non sia solo quantitativo. Molte aziende, infatti, affrontano l’IA come se si trattasse di acquistare un normale programma informatico, senza modificare procedure, ruoli, competenze e cultura interna. In questo modo gli investimenti rischiano di produrre risultati inferiori alle attese.


Dalla mansione al modello d’impresa

L’automazione interviene sulla scomposizione del lavoro e può trasformare ogni professione in un insieme di compiti separati. Nel giornalismo, per esempio, ricerca delle fonti, preparazione, riunioni e scrittura possono essere in parte affidate a sistemi automatici. Se ciò che resta non viene riprogettato e reso più qualificante, la persona può percepire una perdita di valore professionale.

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Un effetto particolarmente delicato riguarda l’ingresso nel mondo del lavoro. Le attività affidate ai profili junior sono spesso quelle più esposte all’automazione; riducendo questi passaggi iniziali, però, le imprese rischiano in futuro di non disporre di professionisti esperti. È il cosiddetto paradosso della seniority: per avere figure senior domani occorrono percorsi di crescita che oggi non vengano cancellati.


Nessun reparto resterà intatto

L’impatto riguarda il rapporto con i clienti, il marketing, gli uffici legali, la finanza e le attività operative. Nei servizi giuridici, ad esempio, l’IA può sostenere la predisposizione delle prime bozze, la ricerca e l’esame dei documenti; nella finanza può spostare i controlli da verifiche periodiche a osservazioni continue e in tempo reale.

Anche la produzione cambia, con applicazioni come la manutenzione predittiva e la regolazione automatica dei macchinari. Secondo Bentivogli, questa pervasività modifica l’assetto organizzativo e spinge le imprese a concentrarsi meno sul bene venduto e più sul risultato complessivo offerto al cliente.

Da qui deriva una maggiore centralità dei servizi collegati al prodotto. Il prezzo, infatti, tende a dipendere sempre meno dal costo dell’oggetto in sé e sempre più dall’insieme di assistenza, utilizzo e prestazioni che lo accompagnano: è il processo di “servitizzazione”.


Il nodo dei modelli e dei ruoli intermedi

Le scelte tecnologiche non sono uniformi. Alcune imprese ricorrono a modelli cinesi, anche perché possono essere installati localmente e utilizzano pesi accessibili; le realtà più strutturate guardano invece soprattutto alle soluzioni proprietarie statunitensi, considerate più affidabili sul piano della protezione dei dati e della sovranità tecnologica.

Nel frattempo, negli Stati Uniti si stanno affacciando forme di remunerazione composte da una paga fissa e da una quota in token, legata all’automazione e alla gestione autonoma di determinati compiti. È un ulteriore segnale di quanto l’IA possa incidere non solo sulle mansioni, ma anche sui rapporti economici dentro l’impresa.

A subire la pressione maggiore potrebbe essere il middle management. Una parte tradizionale del suo lavoro consiste nel raccogliere informazioni, sintetizzarle e trasferire ai vertici le questioni più rilevanti. Con sistemi capaci di svolgere rapidamente questa intermediazione, quella funzione tende a ridursi e deve essere ripensata insieme al resto dell’organizzazione.

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