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Tecnologia 1 min di lettura1 ora fa

La NASA prova a usare i rifiuti orbitali per arrivare su Marte

Dodici capsule raccolgono dati durante il rientro di un veicolo della Stazione Spaziale Internazionale: l’obiettivo è migliorare gli scudi termici destinati alle future missioni planetarie.

Rientrare nell’atmosfera e raggiungere intatti la superficie di un pianeta resta una delle fasi più rischiose di qualsiasi missione spaziale. Il veicolo, infatti, deve attraversare uno strato d’aria che viene compresso con grande intensità: il risultato sono temperature estreme, capaci di distruggere una capsula priva di una protezione adeguata.

Per studiare soluzioni più leggere, resistenti e meno costose, la NASA ha scelto un laboratorio insolito: un veicolo destinato a concludere il proprio viaggio bruciando nell’atmosfera terrestre dopo la partenza dalla Stazione Spaziale Internazionale.

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Un laboratorio nascosto tra i rifiuti

L’esperimento, chiamato KREPE-3, si basa su 12 piccole capsule di prova collocate all’interno del veicolo Cygnus XL, realizzato da Northrop Grumman. Il loro compito è raccogliere informazioni durante la fase di rientro, proprio quando la struttura viene sottoposta alle sollecitazioni più severe.

Prima del lancio, gli astronauti hanno caricato il veicolo con i rifiuti prodotti a bordo della stazione e hanno messo in funzione le capsule sperimentali. In questo modo, un mezzo già destinato al rientro distruttivo viene impiegato anche per ottenere dati utili alla ricerca sugli scudi termici.

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I dati che servono alle future missioni

Ogni capsula è dotata di strumenti capaci di registrare diversi parametri, tra cui temperatura, pressione e movimento. Le misurazioni serviranno a capire meglio ciò che accade a un veicolo durante il passaggio nell’atmosfera e a valutare l’efficacia delle protezioni utilizzate.

L’obiettivo finale è fornire indicazioni per progettare sistemi più efficienti in vista delle missioni verso altri pianeti, compreso Marte. Il collegamento con la Stazione Spaziale Internazionale nasce quindi dalla possibilità di trasformare un normale rientro di materiale non più necessario in un’occasione concreta per sperimentare tecnologie destinate all’esplorazione spaziale.

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