Intelligenza artificiale, i ragazzi si fidano: ma chiedono più limiti
I giovani italiani usano chatbot e smartphone sempre più presto, ne avvertono gli effetti sulla vita quotidiana e chiedono agli adulti regole e orientamento.
La fiducia nell’intelligenza artificiale convive con timori molto concreti. Il 46,3% degli adolescenti teme un uso scorretto di questi strumenti, mentre il 41,9% immagina persino che possano un giorno ritorcersi contro l’essere umano. Anche la riservatezza dei dati preoccupa il 39,7% e il futuro dell’occupazione il 34,9%; appena il 22,4% non segnala alcuna apprensione.
Davide Dal Maso, presidente e fondatore di Social Warning, legge in queste risposte una richiesta di accompagnamento, non un rifiuto della tecnologia: «Non è una generazione che rifiuta i limiti». Secondo Dal Maso, i ragazzi hanno bisogno di adulti presenti, capaci di educarli all’uso degli strumenti digitali senza demonizzarli.
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Il telefono arriva sempre prima
Per la maggior parte dei giovani, il rapporto con lo smartphone comincia già durante l’infanzia. Il 70% circa ne possiede uno personale entro gli 11 anni e il 42,5% lo riceve addirittura prima di compiere 10 anni. A 15 anni la percentuale sale al 92,8%.
L’esposizione quotidiana è altrettanto significativa. Il 74,6% dichiara di trascorrere davanti al telefono almeno tre ore al giorno, arrivando in alcuni casi a sei o più; il 37,9% supera invece le cinque ore. Oltre sette ragazzi su dieci tengono il dispositivo in camera durante la notte e lo controllano appena svegli, prima ancora di alzarsi. Il 52,2% ha tentato di ridurne l’uso senza riuscirci pienamente, mentre il 21,5% prova agitazione quando non può collegarsi ai social.
ChatGPT diventa un interlocutore
Quando cercano una risposta, gli adolescenti si dividono quasi in parti uguali tra famiglia e intelligenza artificiale: il 58,6% si rivolge ai genitori, mentre il 57% consulta un sistema di IA. La ricerca su Internet resta comunque il comportamento più diffuso e coinvolge nove ragazzi su dieci.
Le richieste ai chatbot riguardano soprattutto la ricerca di informazioni, indicata dal 70,9%, e il supporto nello svolgimento dei compiti, scelto dal 55,5%. Un terzo del campione, pari al 33,2%, li utilizza anche per ricevere consigli personali; il 14% li cerca invece per conversare. Gregorio Ceccone, pedagogista del digitale e coordinatore dell’Osservatorio, racconta: «Capita spesso che un ragazzo mi dica che preferisce chiedere a ChatGPT piuttosto che a un adulto, perché l’IA non ti giudica se sbagli la domanda».
Social e umore, un equilibrio fragile
L’influenza degli ambienti digitali si riflette anche nella quotidianità. L’82,7% degli intervistati riconosce effetti sull’umore, il 71% sull’autostima e il 75% sulla percezione del rapporto con gli amici. Anche la concentrazione scolastica risente dell’uso dei social secondo il 64% dei ragazzi, mentre il 74% nota conseguenze sulle attività svolte lontano dagli schermi, dallo sport alle uscite.
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La dimensione online, però, non ha cancellato quella in presenza. Il 76,7% continua a incontrare gli amici durante la settimana. Il dato suggerisce che la difficoltà indicata dagli studenti riguarda soprattutto la gestione delle due sfere, più che una sostituzione completa delle relazioni reali con quelle digitali.
A scuola mancano ancora strumenti
Il 62,1% degli studenti afferma di non aver mai affrontato in classe il tema dell’uso responsabile di Internet, dei social e dell’intelligenza artificiale. Tra coloro che hanno partecipato a iniziative dedicate, solo il 28% le ha giudicate interessanti. In parallelo, il 54,8% chiede più norme e una guida più chiara da parte degli adulti.
Anche nelle famiglie il confronto è discontinuo: soltanto il 18,8% parla spesso di tecnologia con i genitori, mentre quasi il 45% lo fa di rado oppure mai. Regole definite per l’impiego dei dispositivi risultano presenti in meno della metà delle case, con una quota del 47,9%. Ceccone collega il ricorso ai chatbot anche al timore di sbagliare e osserva che «a scuola e a casa abbiamo reso l’errore qualcosa da nascondere invece che qualcosa da attraversare insieme».
Le regole arrivano dopo lo smartphone
I numeri fanno da sfondo al nuovo rapporto 2026 dell’Osservatorio Scientifico sull’Educazione Digitale di Social Warning – Movimento etico digitale, elaborato a partire dagli incontri con circa 20 mila studenti tra gli 11 e i 18 anni nell’ultimo anno scolastico. La pubblicazione è stata presentata in vista della Giornata nazionale della Cittadinanza digitale del 22 ottobre.
Sul piano normativo, il Ddl 1136 punta a fissare a 15 anni l’età minima per aprire un profilo social, seguendo l’esempio di Francia e Australia; oggi il consenso digitale è previsto a partire dai 14 anni. La proposta interviene sulle piattaforme, ma non sul possesso del dispositivo, che per molti ragazzi comincia molto prima. Per questo il Movimento etico digitale ha sostenuto la legge sulla Giornata della cittadinanza Digitale, approvata dal Senato l’8 gennaio 2025, con l’obiettivo di spostare l’educazione digitale dentro la famiglia e fin dalle prime fasi della crescita.
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