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Sport 3 min di lettura1 ora fa

Pioli rilancia: «Non sono bollito» e punta a tornare in Italia

Dopo l’esonero della Fiorentina, l’allenatore ripercorre gli errori di Firenze, il trionfo con il Milan e la voglia di rimettersi in gioco.

Stefano Pioli è pronto a ripartire e non considera chiusa la propria carriera in panchina. A 61 anni, compiuti il 20 ottobre, l’allenatore ha raccontato il periodo successivo all’esonero dalla Fiorentina e ha ribadito di voler dimostrare ancora il proprio valore soprattutto in Italia.

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Pioli vuole ancora incidere

Dopo il 5 novembre 2025, giorno delle sue ultime dichiarazioni pubbliche, Pioli non aveva più parlato né guidato un’altra squadra. In una lunga intervista al Corriere dello Sport ha però respinto con decisione l’etichetta di tecnico ormai superato: «Non sono affatto bollito. È vero che l’ultima esperienza è andata male, ma mi sento giovane dentro e ancora in grado di dare tanto».

L’allenatore ha spiegato di non avere intenzione di fermarsi a breve. Ha ricordato di aver sempre immaginato di restare in attività almeno fino ai 70 anni e ha ammesso di valutare anche proposte dall’estero. La sua preferenza, tuttavia, resta il campionato italiano, dove vorrebbe avere l’opportunità di riscattarsi. Le offerte ricevute da altri Paesi, ha precisato, non sono arrivate da Spagna, Inghilterra o Francia; in Italia, invece, si è mosso qualcosa senza però produrre una soluzione concreta e convincente.


A Firenze nessuna attenuante

Il capitolo più recente della carriera è quello che Pioli affronta con maggiore autocritica. Il rapporto con la Fiorentina si è chiuso dopo poche settimane e il tecnico non attribuisce ad altri la responsabilità dell’esito negativo: «A Firenze colpa mia. No, niente alibi. Le responsabilità sono state quasi esclusivamente mie».

Pioli ha riconosciuto di essere tornato a Firenze con entusiasmo, fiducia ed energie forse eccessive. Secondo la sua ricostruzione, quell’approccio lo avrebbe portato a valutare male alcune situazioni, fissando obiettivi troppo ambiziosi per una squadra che poi ne è rimasta appesantita. Ha inoltre ammesso di aver alimentato aspettative troppo alte attraverso una comunicazione non abbastanza prudente.

Il tecnico considera comprensibile la decisione della società, soprattutto dopo la gara con il Lecce, quando la squadra non aveva mostrato una reazione adeguata. Ha escluso dubbi sulla correttezza di Daniele Pradè e ha descritto il rapporto tra allenatore e direttore sportivo come un confronto sulle scelte di mercato, ricordando che il miglioramento dell’organico avrebbe richiesto tempo. Dopo l’esonero, Pioli ha scelto una risoluzione consensuale e ha rinunciato a un anno di contratto.

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Il Milan resta il punto più alto

Nel bilancio della sua carriera, il Milan occupa inevitabilmente un posto centrale. Pioli ha ricordato anche le esperienze positive vissute alla Lazio e al Bologna, ma ha indicato nei primi tre o quattro anni in rossonero il periodo in cui ha raggiunto la maggiore completezza professionale.

Lo scudetto conquistato con il Milan gli ha lasciato soprattutto legami personali ancora solidi con i giocatori. Il tecnico ha raccontato di aver ricevuto i loro auguri per il compleanno e ha definito quell’esperienza ricca di emozioni, soddisfazioni e momenti difficili. Nel percorso ha attribuito un ruolo importante al sostegno di Ricky Massara e Paolo Maldini.


I leader dietro lo scudetto

La convinzione che quella potesse essere davvero la stagione giusta maturò, secondo Pioli, dopo la vittoria ottenuta a Roma contro la Lazio. L’energia espressa dalla squadra in quella fase convinse l’ambiente di Milanello che il gruppo avesse raggiunto una consapevolezza diversa.

Un passaggio decisivo era già arrivato a gennaio con l’inserimento di Zlatan Ibrahimovic e Simon Kjaer. Pioli li ha descritti come due figure di riferimento molto diverse: Ibrahimovic più diretto, fisico e dominante sul piano caratteriale; Kjaer più riservato, ma pronto a parlare individualmente con i compagni. La loro presenza, a suo giudizio, alzò la qualità degli allenamenti e aiutò una squadra molto giovane ad abituarsi alla pressione di un obiettivo come lo scudetto.

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