Willem Dafoe e la fama perduta: «Ora siamo tutti più soli
In Late Fame l’attore interpreta un ex poeta che si confronta con il ritorno della notorietà e con la scomparsa della comunità artistica newyorchese.
La domanda che attraversa Late Fame non riguarda soltanto il successo, ma ciò che resta quando una stagione della vita è ormai lontana. Willem Dafoe interpreta Ed Saxberger, un settantenne che lavora alle poste e conduce un’esistenza ordinaria, finché alcuni giovani riscoprono i suoi versi e lo trasformano in un autore da celebrare.
Il personaggio guarda così a un possibile ritorno sulla scena, ma scopre presto che il mondo che lo aveva formato non esiste più. Anche Dafoe conosce bene quella New York creativa e comunitaria: oggi vive tra il Veneto, dove dirige la Biennale Teatro, e il Lazio, accanto alla moglie Giada Colagrande e agli animali che alleva.
La fama non riempie il tempo
Nel film diretto da Kent Jones, tratto dalla novella Fama tardiva di Arthur Schnitzler, il protagonista sembra avere tutto ciò che serve per una vita serena. Di giorno smista la posta, la sera ritrova gli amici di sempre al bar, tra partite a biliardo, conversazioni familiari e il solito sandwich già scelto dal barista.
La svolta arriva quando un giovane elegante gli annuncia che la Enthusiasm Society, composta da poeti, intellettuali e dandy, ha rivalutato l’unica raccolta pubblicata mezzo secolo prima. L’idea di tornare al centro dell’attenzione lo seduce, ma l’entusiasmo dei ragazzi nasconde una distanza profonda: celebrano il mito di Ed senza aver davvero letto i suoi testi.
Cambiare significa perdersi?
Per Dafoe, il passaggio da un’età all’altra comporta inevitabilmente trasformazioni e rinunce. L’attore, parlando del film della maturità realizzato da Jones, osserva che gli esseri umani tendono a vivere il cambiamento come una minaccia, anche quando potrebbe rappresentare un’opportunità. «Il titolo Late Fame in questo è un po’ provocatorio», ha spiegato.
La notorietà, secondo l’attore, viene associata soprattutto alla giovinezza: è il momento in cui ci si sente forti, accolti e proiettati verso una vita speciale. Nel caso di Ed, però, non si tratta davvero di una seconda occasione: «Non ha mai avuto davvero nemmeno una prima possibilità!». La sua è piuttosto la parabola di un uomo rimasto legato a un’epoca ormai conclusa.
New York ha perso il suo teatro
Dafoe ricorda la città dei suoi vent’anni come un luogo in cui l’arte poteva nascere senza essere subito convertita in carriera o guadagno. In quel periodo lavorava in un piccolo teatro: le giornate erano dedicate alle prove, alla danza, alla scrittura e alla costruzione degli spettacoli, con pochi mezzi e una disciplina costante.
Quella esperienza, racconta, era molto diversa dalla versione leggendaria della New York notturna, fatta di locali celebri, feste e vite sopra le righe. Il gruppo teatrale frequentava soprattutto il proprio spazio e invitava il pubblico della stessa comunità; il tempo e le energie servivano a perfezionare il lavoro, non a costruire un personaggio pubblico.
Il ritorno al bar può bastare
Nel confronto con i giovani che lo acclamano, Ed comprende che il loro rapporto con l’arte è distante dal suo. Alcuni appartengono al mondo mondano, simile per certi aspetti a quello degli influencer contemporanei, e intuiscono che la scena può diventare uno stile di vita da esibire.
Il protagonista deve allora chiedersi se la felicità coincida davvero con il riconoscimento. Dopo l’euforia del possibile ritorno, la quotidianità condivisa con gli amici di sempre gli appare nuovamente preziosa: mangiare lo stesso panino e tornare alle abitudini conosciute non equivale necessariamente ad arrendersi alla noia.
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