6.000Lettori online ora
Spettacolo 2 min di lettura2 giorni fa

Rohrwacher, due film e una domanda scomoda: si può essere felici

A Venezia 83 l’attrice porta due storie di donne schiacciate tra desideri personali, pressioni esterne e il bisogno di non perdersi.

La felicità, per Alba Rohrwacher, non è una condizione acquisita ma un interrogativo che può riemergere anche dentro una vita apparentemente ordinaria. A Venezia 83 l’attrice lo affronta attraverso due film molto diversi, accomunati da protagoniste costrette a misurarsi con ciò che le circonda e con le proprie fragilità.


La normalità che improvvisamente vacilla

In “Una storia”, esordio alla regia di Anna Foglietta, Rohrwacher interpreta Erika, una donna che divide le giornate tra famiglia e abitudini consolidate. Quello che all’inizio sembra soltanto affaticamento, prodotto da una routine sempre uguale, si trasforma progressivamente in uno smarrimento più profondo.

L’attrice ha raccontato a Sette de Il Corriere della Sera di aver avvertito inizialmente una distanza rispetto al personaggio, legata a esperienze e percorsi educativi differenti. Poi, con sorpresa e inquietudine, ha riconosciuto in Erika una parte di sé: il pericolo di procedere per inerzia, allontanandosi dagli altri e dalla propria identità senza rendersene conto.


Il prezzo di restare coerenti

Lo stesso tema passa dal piano familiare a quello lavorativo in “Un bon petit soldat”, diretto da Stéphane Brizé e premiato a Venezia 83 per la migliore sceneggiatura. Qui Rohrwacher veste i panni di Carla, italiana alla guida delle risorse umane di un’azienda francese, divisa tra le convinzioni personali e le richieste sempre più dure dei vertici.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

La tensione professionale finisce per compromettere il suo equilibrio emotivo e si riflette anche nel legame con il figlio. Secondo l’attrice, il film interroga il pubblico sulle conseguenze dell’obbedienza a un’organizzazione che impone scelte lontane dai propri valori, senza offrire risposte rassicuranti.

Per prepararsi alla parte, Rohrwacher ha vissuto per cinque mesi a Parigi, così da approfondire la lingua e rendere credibile una straniera inserita in una posizione importante del mondo aziendale francese. «Mi sono trasferita a Parigi per cinque mesi, per studiare meglio la lingua e dare credibilità a un’italiana che ricopre un ruolo importante in un’azienda francese», ha spiegato, ricordando anche di aver rinunciato ad altri impegni per dedicarsi al progetto.

I due lavori, pur raccontando situazioni differenti, convergono quindi sul medesimo conflitto: il logoramento che nasce quando relazioni, abitudini o strutture professionali chiedono di sacrificare una parte di sé. È in quello spazio, più intimo che esterno, che per Rohrwacher prende forma la domanda centrale: quanto può costare vivere dentro un sistema che non si sente davvero proprio?

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere