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Salute 3 min di lettura6 giorni fa

Università, il divario parte già da casa: il piano per ridurlo

A Pisa le università della rete Merita e la Bocconi hanno rilanciato MeMo, il programma che accompagna gli studenti di prima generazione verso l’iscrizione e prova a colmare il peso dell’origine familiare.

Per chi arriva da una famiglia senza laureati, l’accesso all’università continua a essere più difficile: a un anno dal diploma si iscrive il 66% contro l’84% di chi ha almeno un genitore laureato. È il quadro che ha fatto da sfondo alla nuova intesa firmata a Pisa tra la rete Merita e l’Università Bocconi, con l’obiettivo di rafforzare MeMo – Merito e Mobilità Sociale.

L’accordo è stato presentato nella giornata conclusiva di Merita, ospitata dalla Scuola Superiore Sant’Anna. Il programma, nato per orientare ragazze e ragazzi con genitori non laureati, punta ora a diventare più stabile e più ampio, dopo aver coinvolto oltre 4.000 studentesse e studenti.


Il peso della famiglia nelle scelte

I dati richiamati durante il convegno mostrano un divario di 18 punti percentuali tra chi proviene da contesti familiari con e senza laurea. In mezzo non ci sono solo le risorse economiche, ma anche informazioni, relazioni, modelli di riferimento e familiarità con l’ambiente accademico.

Su questo aspetto si è concentrato anche l’intervento di Marco Romito, docente dell’Università di Milano-Bicocca, che ha dedicato la sua relazione ai first-generation students, cioè ai primi della famiglia a entrare all’università. Nel dibattito è emerso anche un altro elemento: tra i laureati di seconda generazione, secondo AlmaLaurea, solo il 23% ha almeno un genitore laureato.


MeMo diventa un modello nazionale

Anna Maria Bernini ha spiegato che il percorso non si limita a chiudere una fase già avviata, ma apre una prospettiva diversa per il progetto. La ministra dell’Università e della Ricerca ha ricordato che il programma ha accompagnato migliaia di studenti e ha contribuito a rendere più accessibile la formazione di eccellenza.

"Oggi non chiudiamo soltanto un progetto che ha coinvolto più di 4.000 studentesse e studenti e ha permesso di costruire una rete capace di rendere la formazione di eccellenza più accessibile. Apriamo una nuova fase di MeMo in cui trasformiamo l’esperienza maturata in un modello stabile e nazionale", ha detto Bernini.

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Cosa cambia nel percorso di orientamento

Nel volume presentato al convegno, Merito e mobilità sociale. L’orientamento come leva di equità, curato da Sabina Nuti e Sara Barsanti, viene ricostruito il lavoro avviato dalla Scuola Superiore Sant’Anna nel 2013. Il metodo non si limita a illustrare i corsi disponibili, ma prevede il passaggio attraverso le scuole, un accompagnamento lungo il tempo, il tutoraggio tra pari e momenti di esperienza diretta della vita universitaria.

I risultati indicati nel libro sono netti: a un anno dal diploma, il 90,2% dei partecipanti a MeMo risultava già iscritto all’università e un altro 4,5% stava per farlo. Tra chi ha risposto, circa 95 su 100 hanno scelto di proseguire gli studi; inoltre, il 97% giudica positivo l’impatto del programma sulla propria crescita personale e oltre il 95% apprezza il rapporto con tutor e tutrici.


L’articolo 34 come impegno concreto

Il confronto ha messo al centro anche il significato attuale dell’articolo 34 della Costituzione, richiamato come base del progetto. Per Marta Cartabia, il principio non va solo evocato, ma tradotto in azione, con università capaci di farsi trovare prima ancora che gli studenti arrivino a bussare alle loro porte.

"L’articolo 34 della Costituzione non è solo un principio da richiamare, ma un compito da attuare", ha osservato Cartabia, collegando questo obiettivo al lavoro nelle scuole, nei territori e nelle famiglie. La nuova convenzione punta così a consolidare il modello oltre il Pnrr, mantenendo centrale il tutoraggio tra pari e la collaborazione con gli istituti scolastici.

Alla chiusura hanno partecipato i vertici delle istituzioni coinvolte, insieme ai tutor del progetto, per definire una fase che dovrà estendere l’intervento a un numero maggiore di giovani. L’obiettivo resta quello di raggiungere chi parte da condizioni più svantaggiate e trasformare il potenziale in una scelta universitaria concreta.

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