Tumori, il segnale nel sangue può anticipare la ricaduta
La biopsia liquida potrebbe individuare tracce microscopiche della malattia prima della recidiva, ma restano da stabilire le terapie da adottare.
La nuova frontiera dell’oncologia potrebbe passare da un semplice prelievo di sangue: l’analisi del Dna rilasciato dalle cellule tumorali punta a riconoscere con largo anticipo i pazienti ancora esposti al rischio di recidiva. La possibilità è allo studio, ma oggi non esiste ancora una strategia terapeutica definita per intervenire in questa fase.
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Il segnale nascosto nel sangue
Rossana Berardi, presidente eletta dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), ha spiegato a Madrid, durante il congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), che l’obiettivo è individuare i pazienti destinati a riammalarsi prima che il tumore torni visibile. La prospettiva, ha sintetizzato l’oncologa, consiste nel «dare la caccia al Dna circolante».
Attualmente i pazienti che hanno concluso le cure vengono seguiti con controlli clinici, esami strumentali e analisi di laboratorio. Questi accertamenti, però, rilevano la ripresa della malattia quando questa si è già manifestata, anche se ancora in una fase iniziale. La biopsia liquida mira invece a intercettare minuscoli frammenti genetici liberati nel sangue dalle cellule tumorali morte o danneggiate.
La diagnosi arriva prima della cura
Le quantità di Dna tumorale presenti nella circolazione possono essere così ridotte da non risultare individuabili con gli strumenti diagnostici tradizionali. La loro presenza indicherebbe una malattia microscopica, non ancora osservabile sul piano clinico, che nel tempo potrebbe trasformarsi in una recidiva vera e propria.
Ripetendo il prelievo durante il percorso di sorveglianza, i medici potrebbero quindi distinguere i pazienti ormai guariti da quelli che conservano un rischio concreto di ricaduta. Secondo Berardi, conoscere questa informazione in anticipo consentirebbe di valutare eventuali interventi prima della comparsa di segnali evidenti, comprese le metastasi.
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Restano aperte le scelte terapeutiche
Il passaggio dalla rilevazione del Dna alla cura, tuttavia, non è ancora compiuto. Berardi sottolinea che «non abbiamo ancora definito quali cure e trattamenti mettere in atto in questo scenario»: sapere che un paziente potrebbe sviluppare una recidiva non indica automaticamente quale trattamento sia efficace o appropriato.
Diversi studi stanno esaminando proprio questa fase, anche nell’ottica di una possibile terapia preventiva. Si tratta dunque di una linea di ricerca ancora in evoluzione, che dovrà chiarire benefici, modalità e applicazione concreta nella pratica clinica.
Negli ultimi anni, ha osservato Berardi, i progressi dell’oncologia hanno reso possibile trattare a lungo molte forme tumorali e, in alcuni casi, puntare alla guarigione. Ridurre ulteriormente il rischio di ammalarsi di nuovo rappresenta il passo successivo, ma la presidente eletta dell’Aiom lo colloca nell’arco di alcuni anni, non nell’immediato.
ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.
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