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Salute 4 min di lettura1 ora fa

Sub e arresti cardiaci: quando pochi minuti cambiano tutto

A Milano gli anestesisti-rianimatori discutono tre emergenze in cui soccorsi tempestivi, percorsi personalizzati e strutture adeguate possono incidere sull’esito.

«I disturbi possono presentarsi già durante la risalita oppure nelle ore successive», ha spiegato Luca Martani, dell’area Medicina iperbarica Siaarti, illustrando i rischi per chi si immerge. I segnali vanno dai dolori a muscoli e articolazioni fino a problemi neurologici, paralisi, insufficienza respiratoria e perdita di coscienza.

In presenza di sintomi bisogna chiamare immediatamente il 118, somministrare ossigeno puro e assicurare una corretta idratazione. Il trasferimento deve avvenire verso un ospedale dotato di camera iperbarica: in Italia se ne contano poco più di 50, ma soltanto circa la metà garantisce il servizio d’emergenza senza interruzioni.

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La pressione può salvare il subacqueo

La patologia da decompressione può comparire dopo una risalita troppo veloce, immersioni profonde o ripetute e soste non rispettate. I gas rimasti disciolti nel sangue producono bolle capaci di compromettere la circolazione e danneggiare i tessuti.

Il trattamento consiste nella ricompressione in camera iperbarica, dove il paziente respira ossigeno in un ambiente sottoposto a pressione superiore a quella atmosferica. Le indicazioni sull’idratazione e sull’ossigeno sono state ribadite anche dall’ultima conferenza di consenso europea, riunita a Ginevra nel settembre 2026.


Tre scenari per la stessa sfida

Arresto cardiaco fuori dall’ospedale, trauma in un bambino con condizioni cliniche complesse e malore dopo un’immersione sono i casi scelti per raccontare il lavoro dell’anestesista-rianimatore. Il punto comune è la fase che precede l’arrivo in ospedale, quando decisioni corrette e rapidità possono condizionare il risultato.

Questi temi sono al centro di Icare 2026, congresso nazionale della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, in programma all’Allianz MiCo di Milano fino a sabato 24 ottobre. L’appuntamento è arrivato alla sua ottantesima edizione e propone percorsi che seguono il paziente dal primo intervento fino alla terapia intensiva.


Un defibrillatore senza certificati

Tra gli argomenti più segnalati dai soci Siaarti nella scelta dei contenuti congressuali c’è l’arresto cardiaco. In Italia gli episodi extraospedalieri sono stimati in circa 60.000 ogni anno, pari a una media vicina a 7 casi ogni ora; secondo EuReCa Three, nel 2025 la sopravvivenza osservata su 4.047 persone è stata del 6,6%, contro il 7,5% medio europeo.

Le indicazioni nazionali dell’Italian Resuscitation Council, pubblicate dall’Istituto superiore di sanità il 28 gennaio 2026 con il contributo di Siaarti, chiariscono il ruolo dei soccorritori non professionisti. Davide Colombo ha ricordato che, dopo la chiamata ai servizi di emergenza, chi presta aiuto può eseguire le compressioni toraciche e utilizzare il defibrillatore semiautomatico seguendo le istruzioni dell’apparecchio e della centrale 118, senza dover possedere abilitazioni specifiche.

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La ventilazione può invece essere suggerita dall’operatore della centrale e praticata da chi abbia ricevuto una formazione mirata, quando siano disponibili i dispositivi necessari. La legge 116 del 2021 tutela inoltre chi interviene per salvare una persona: in assenza di sanitari o soccorritori formati, anche chi non ha frequentato un corso può iniziare le manovre e usare il Dae, beneficiando della protezione prevista dall’articolo 54 del Codice penale.


Dopo il cuore, la cura degli organi

Il percorso prosegue con l’arrivo del paziente in rianimazione. La ripresa del battito non conclude l’emergenza: inizia la gestione della fase successiva all’arresto, che richiede protezione cerebrale, sostegno alla circolazione, trattamento della causa iniziale e controllo della risposta infiammatoria.

Carlo Alberto Volta, che coordina il programma congressuale sull’arresto cardiaco, ha sottolineato l’importanza di mantenere adeguati ossigeno e flusso sanguigno, controllare la temperatura e modulare la sedazione. Una valutazione attendibile delle prospettive neurologiche viene generalmente comunicata ai familiari non prima di 72 ore dall’evento o dalla sospensione dei sedativi; per definire l’eventuale entità dei danni cerebrali possono essere necessari anche mesi.


Il trauma pediatrico non è standard

Un altro percorso riguarda un bambino di 3 anni con una patologia complessa, rimasto vittima di un incidente. Le procedure dedicate al trauma forniscono una base indispensabile, ma nei minori con bisogni speciali devono essere adattate alla situazione precedente, perché parametri e capacità abituali possono differire da quelli considerati normali.

Alessandro Simonini, dell’area Siaarti dedicata all’assistenza materno-infantile, ha osservato che una saturazione dell’85% può rappresentare il livello consueto per alcuni pazienti. Anche la valutazione neurologica richiede la conoscenza delle abilità già possedute; tracheostomia, derivazione ventricolare e ventilazione a domicilio possono inoltre modificare l’ordine delle priorità.


Famiglie e informazioni decisive

Secondo gli specialisti, nei momenti critici manca spesso una descrizione rapida e completa del quadro clinico. Una scheda con diagnosi, terapie, farmaci, apparecchiature e necessità specifiche potrebbe aiutare le équipe, seguendo un modello proposto dalle società statunitensi di pediatria e medicina d’urgenza.

I genitori, ha rimarcato Simonini, conoscono meglio di chiunque altro il funzionamento abituale del figlio, i dispositivi utilizzati e i primi segnali di peggioramento. Le raccomandazioni europee del 2025 ne sostengono la presenza durante l’assistenza, quando non crea rischi, prevedendo anche un operatore incaricato di informarli e accompagnarli.

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