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Salute 4 min di lettura1 ora fa

Microcitoma, il dato che cambia la sfida: sopravvivenza a 21,1 mesi

Nel carcinoma polmonare a piccole cellule in fase estesa, tarlatamab e durvalumab hanno ridotto il rischio di morte rispetto al solo durvalumab, ma restano da valutare sicurezza e durata del beneficio.

Gli effetti indesiderati e la durata ancora limitata dell’osservazione impongono cautela nell’interpretare i risultati. Nello studio, le reazioni avverse di grado 3 o superiore hanno riguardato il 20,9% dei pazienti sottoposti alla combinazione, contro il 10,8% di quelli trattati con il solo durvalumab. L’analisi è inoltre intermedia e serviranno altri dati per stabilire quanto a lungo si mantenga il vantaggio clinico.

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La sicurezza resta un punto aperto

La sindrome da rilascio di citochine, legata all’attivazione del sistema immunitario, è comparsa in circa metà dei pazienti che hanno ricevuto tarlatamab. Nella maggior parte dei casi si è presentata in forma lieve o moderata, mentre sono stati segnalati anche rari disturbi neurologici associati all’immunoterapia.

Questi eventi richiedono una sorveglianza specifica, soprattutto durante le prime somministrazioni. Il profilo di sicurezza nel lungo periodo non è ancora definito e rappresenta uno degli aspetti che dovranno essere chiariti con il proseguimento del follow-up.


Due farmaci con bersagli diversi

Tarlatamab è un anticorpo bispecifico, progettato per collegare due elementi distinti: Dll3, proteina presente su molte cellule del microcitoma, e Cd3, molecola espressa dai linfociti T. In questo modo il farmaco avvicina le cellule immunitarie a quelle tumorali, favorendone l’eliminazione.

Durvalumab interviene invece sul sistema PD-L1, una proteina che può contribuire a frenare la risposta immunitaria contro il tumore. L’associazione mira quindi a unire l’azione di attivazione dei linfociti con il blocco di uno dei meccanismi usati dalla malattia per sottrarsi alle difese dell’organismo.


Il vantaggio misurato nello studio

Il trial internazionale di fase 3 DeLLphi-305 ha arruolato 563 persone con microcitoma in stadio esteso, già sottoposte a chemio-immunoterapia senza evidenza di progressione. Una parte ha proseguito il mantenimento con durvalumab; l’altra ha ricevuto lo stesso farmaco insieme a tarlatamab.

La sopravvivenza globale mediana è stata di 21,1 mesi con la doppia immunoterapia, mentre nel gruppo di confronto si è fermata a 12,7 mesi. A dodici mesi risultava ancora vivo quasi l’80% dei pazienti della combinazione, rispetto al 53% di quelli trattati con durvalumab da solo. Il rischio relativo di morte è risultato più basso del 58%: il dato esprime una differenza statistica tra i gruppi e non equivale alla guarigione del 58% dei partecipanti.


Più tempo prima della progressione

Il beneficio ha riguardato anche il controllo della malattia. La sopravvivenza libera da progressione è arrivata a 7,4 mesi con tarlatamab e durvalumab, contro 1,9 mesi con il solo durvalumab; il rischio di progressione o morte è diminuito del 66%.

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Una riduzione misurabile del tumore è stata osservata nel 26,4% dei pazienti sottoposti alla combinazione e nel 4,1% del gruppo di confronto. Il vantaggio è emerso anche in sottogruppi considerati più difficili da trattare, compresi quelli con metastasi al cervello o al fegato.


Una svolta per una malattia aggressiva

Il carcinoma polmonare a piccole cellule costituisce circa il 13-15% dei tumori del polmone. La crescita rapida e la frequente diffusione ad altri organi fanno sì che la diagnosi arrivi spesso quando la malattia è già avanzata; inoltre, dopo una prima risposta, il tumore tende non di rado a ripresentarsi o a riprendere a crescere.

Marcello Tiseo, direttore dell’Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma e professore ordinario di Oncologia Medica all’Università di Parma, ha definito il risultato particolarmente rilevante: «La combinazione di tarlatamab e durvalumab, proposta come mantenimento dopo la chemio-immunoterapia di induzione nei pazienti senza progressione, porta la sopravvivenza mediana a 21,1 mesi e la quota di vivi a un anno vicino all’80%».


I dati presentati a Madrid

Prima dell’attuale risultato, l’aggiunta dell’immunoterapia alla chemioterapia aveva prodotto un incremento mediano della sopravvivenza di circa 2-3 mesi, portando l’attesa complessiva a 12-13 mesi, secondo Tiseo. Il nuovo beneficio, superiore agli otto mesi rispetto al trattamento di confronto, è stato accolto da una standing ovation durante la sessione plenaria del congresso della Società Europea di Oncologia Medica, in corso a Madrid.

I risultati del DeLLphi-305 sono stati illustrati nel Simposio Presidenziale dell’Esmo e pubblicati nello stesso momento sul New England Journal of Medicine. Tiseo ha sottolineato che si tratta del maggiore guadagno di sopravvivenza registrato nel trattamento del microcitoma in stadio esteso rispetto a un precedente standard attivo, pur ricordando che la valutazione dovrà proseguire nel tempo.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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