Ictus, il campanello d’allarme può stare nei test cognitivi
Tra i 60 e gli 80 anni, memoria, attenzione e rapidità mentale possono segnalare un rischio più elevato, mentre i casi tra i giovani adulti sono quasi raddoppiati in trent’anni.
Memoria, capacità di ragionamento e rapidità nel processare le informazioni potrebbero offrire indicazioni sul rischio futuro di ictus nelle persone intorno ai 60 anni. È quanto emerge da uno studio svedese, che ha osservato una maggiore probabilità di ictus ischemico tra i partecipanti con i risultati più bassi nelle valutazioni cognitive.
La ricerca non riguarda persone già colpite da demenza, attacchi ischemici transitori o ictus all’inizio del monitoraggio. In presenza di fattori di rischio specifici, come pressione alta, colesterolo LDL o glicemia elevati, la situazione va invece valutata con il proprio medico.
A 60 anni emerge la differenza
Lo studio, coordinato da Alice Askemyr dell’Università di Lund e dell’Ospedale universitario di Skåne a Malmö, ha coinvolto 4.912 adulti tra i 60 e gli 80 anni. Il monitoraggio è durato in media 10 anni e, nel periodo osservato, più di una persona su dieci ha avuto un primo ictus.
All’inizio i partecipanti hanno svolto prove dedicate alle capacità cognitive generali, alla memoria, alla velocità di elaborazione, alle abilità verbali e alla risoluzione dei problemi. Rispetto a chi aveva ottenuto i punteggi migliori, le persone con una capacità cognitiva generale più bassa hanno mostrato un rischio di ictus maggiore dell’86%; per i risultati peggiori nei test di memoria l’aumento è stato del 68%. I lievi problemi nella rapidità di elaborazione sono stati associati a un incremento più contenuto.
La relazione, però, non è stata rilevata allo stesso modo nelle fasce d’età successive: non è emersa tra gli adulti dai 70 ai 79 anni né tra quelli di almeno 80 anni. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of the American Heart Association.
Il possibile ruolo delle lesioni silenti
Secondo Alice Askemyr, le differenze tra le età potrebbero dipendere anche dalla maggiore presenza, nelle persone anziane, di più malattie e di terapie farmacologiche. La ricercatrice ha inoltre sottolineato che un elemento associato al rischio in una fase della vita può non avere lo stesso significato in età avanzata.
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Le prestazioni cognitive più basse osservate nei partecipanti più giovani potrebbero anche essere il segnale di una lesione cerebrale non ancora diagnosticata. Le cosiddette lesioni cerebrali silenti possono incidere sia sulle funzioni cognitive sia sulla probabilità futura di ictus e, secondo l’esperta, interessano circa il 70% degli adulti con più di 70 anni.
Ictus in aumento tra i giovani
Il quadro si inserisce in una tendenza più ampia, che riguarda anche persone di 40 e 50 anni. Una ricerca pubblicata su Neurology ha analizzato i dati del Greater Cincinnati/Northern Kentucky Stroke Study raccolti nel 1993/94, 1999, 2005, 2010, 2015 e 2020.
Tra i giovani adulti, nella fascia compresa tra 20 e 54 anni, l’incidenza è passata da 33,88 casi ogni 100.000 persone-anno nel 1993/94 a 63,73 nel 2020. L’incremento complessivo è stato di poco inferiore al 90% ed è dipeso quasi interamente dalla crescita degli ictus ischemici; nello stesso periodo, tra gli anziani è stata osservata una riduzione relativa.
Tra i fattori di rischio in aumento vengono indicati ipertensione, diabete, fibrillazione atriale e consumo di droghe. I dati, nel complesso, richiamano l’attenzione sulla protezione della salute cerebrale già nelle età precedenti alla vecchiaia, pur senza dimostrare che il deterioramento cognitivo, da solo, provochi un ictus.
ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.
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