Figli o animali? Il dato che divide giovani italiani e americani
Cani e gatti sono sempre più considerati membri della famiglia, ma il veterinario Marco Melosi invita a non confondere il legame affettivo con i bisogni propri della specie.
Per molte persone cane e gatto non sono più soltanto animali da compagnia, ma presenze centrali nella vita familiare. Negli Stati Uniti 4 persone su 10, se dovessero scegliere tra un figlio e un animale domestico, indicano il secondo; in Italia il fenomeno riguarda soprattutto le generazioni più giovani, anche se i dati mostrano un quadro meno netto.
In Italia il legame coinvolge milioni di famiglie
Secondo i dati ufficiali Istat, più di 10 milioni di famiglie italiane convivono con circa 25,5 milioni di animali domestici. Cani e gatti sono i più diffusi: il 33,9% dei nuclei familiari ne possiede almeno uno, con una quota del 22,1% per i cani e del 17,4% per i gatti.
La presenza degli animali varia anche in base al territorio. Il valore più elevato si registra nel Centro Italia, con il 42,7%, mentre nei Comuni con meno di 2.000 abitanti quasi una famiglia su due vive con un animale.
Giovani più aperti all’idea di sostituire un figlio
Il rapporto con gli animali appare particolarmente intenso tra Millennial e Generazione Z. Il 55% dei giovani appartenenti a queste fasce ha almeno valutato la possibilità di organizzare la propria vita attorno a un animale invece che a un bambino, mentre l’83% dei proprietari dichiara di considerare il proprio cane o gatto come un figlio.
Una ricerca Ipsos realizzata per Changes Unipol restituisce però una distinzione importante. Il 79% dei proprietari definisce gli animali membri della famiglia, ma il 63% degli intervistati nega che possano sostituire un figlio e il 75% non li considera una causa della denatalità. A ritenere possibile la sostituzione è il 37% dei Millennial e il 36% della Generazione Z, contro il 13% dei nati nel dopoguerra; la media nazionale si ferma al 28%.
Negli Stati Uniti pesano cinque motivi
Il rapporto State of Pets 2026 di The Harris Poll evidenzia che il 21% degli americani sceglierebbe di allargare la famiglia con un bambino, mentre il 40% preferirebbe un animale domestico. Tra le ragioni più citate c’è la sensazione di non trovarsi ancora nella fase della vita adatta a diventare genitori, indicata dal 45% degli intervistati.
Seguono la gestione ritenuta più semplice rispetto a quella di un bambino, con il 35%, il costo più contenuto, con il 32%, e il livello di responsabilità percepito come inferiore, con il 28%. Un ulteriore 24% riconduce la scelta alla volontà consapevole di non avere figli.
Questa impostazione incide anche sulle decisioni personali. Il 54% dei Millennial e della Generazione Z lascerebbe un’eredità al proprio animale, se fosse possibile farlo, mentre il 49% dei proprietari single afferma di avere abbandonato la ricerca di un partner contando sulla compagnia del proprio animale.
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Il veterinario: non bisogna snaturarli
Il rapporto 2026 sulla genitorialità legata agli animali pubblicato da Rover conferma la marcata differenza tra generazioni: il 66% della Generazione Z considera il proprio animale un figlio a tutti gli effetti. Inoltre, il 51% della Generazione Z e il 48% dei Millennial lo interpreta come una sorta di preparazione alla genitorialità, una posizione condivisa dal 28% dei nati nel dopoguerra.
Per Marco Melosi, presidente dell’Associazione nazionale medici veterinari italiani, il cambiamento è iniziato da tempo e si è rafforzato durante la pandemia. «Uomini da una parte, e cani o gatti dall’altra, sono specie diverse, con caratteristiche, bisogni e doveri differenti», ha spiegato, sottolineando che imporre all’animale ritmi e abitudini umane significa impedirgli di esprimere pienamente la propria natura.
Melosi collega l’accelerazione del fenomeno anche ai periodi di isolamento: chi viveva con un cane poteva uscire ogni giorno e contare su una compagnia senza il rischio di trasmissione della malattia. Dopo i confinamenti, secondo il veterinario, è cresciuta anche l’attenzione riservata agli animali e il lavoro negli ambulatori.
Una revisione pubblicata sulla rivista scientifica Animals, condotta da veterinari di diversi atenei tra cui Unam e Università di Pisa, segnala che un’eccessiva umanizzazione può essere associata a problemi comportamentali come ansia da separazione, aggressività e stress cronico. Alla base ci sarebbe la difficoltà dei proprietari a riconoscere i bisogni etologici e nutrizionali specifici della specie.
«L’importante è ricordarsi di rispettare le loro esigenze etologiche», ha concluso Melosi, osservando che oggi molte persone portano gli animali a letto e li vivono come figli o sostituti dei figli. Il legame affettivo, dunque, non elimina la differenza tra le necessità di un animale e quelle di un essere umano.
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