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Salute 3 min di lettura3 ore fa

Dall’orbita alla corsia: cosa cercano i due studi del Policlinico

Le ricerche del Policlinico di Milano useranno allettamento e isolamento per comprendere cambiamenti utili sia agli astronauti sia alla medicina terrestre.

Le condizioni affrontate dagli astronauti possono diventare un modello per studiare problemi molto più vicini alla vita quotidiana. Per questo il Policlinico di Milano partecipa a due progetti dell’Agenzia Spaziale Europea, sostenuti dall’Agenzia Spaziale Italiana con 250mila euro, che analizzeranno gli effetti dell’allettamento e della reclusione prolungata sull’organismo.

L’obiettivo non riguarda soltanto la sicurezza degli equipaggi. I risultati potrebbero aiutare a comprendere meglio processi associati all’atrofia muscolare, all’osteoporosi e alle conseguenze dell’immobilità osservate soprattutto nei pazienti anziani. Tra gli otto studi europei approvati, quelli coordinati a Milano sono gli unici a prevedere il coinvolgimento diretto di una struttura ospedaliera.


L’assenza di gravità diventa un modello clinico

Uno dei due protocolli riprodurrà gli effetti della microgravità attraverso periodi prolungati trascorsi a letto da parte di volontari. L’altro esaminerà le conseguenze fisiche e molecolari di 100 giorni di isolamento, ricreando alcune delle condizioni psicologiche e fisiologiche legate alla permanenza all’interno di una stazione spaziale.

Il riferimento è ai cambiamenti che, già dai programmi Vostok e Apollo, hanno mostrato quanto il volo spaziale possa mettere sotto pressione il corpo umano. La riduzione della densità ossea, la perdita di massa muscolare e la difficoltà del sistema cardiovascolare nel compensare i cambiamenti di posizione sono tra gli effetti osservati in assenza di peso.

Nicola Montano, direttore di Medicina Immunologia e Allergologia del Policlinico di Milano, professore ordinario di Medicina Interna al Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità della Statale di Milano e responsabile delle ricerche, descrive gli astronauti come una sorta di modello accelerato dei processi dell’età: “Studiare gli astronauti significa avere a disposizione una sorta di laboratorio dell’invecchiamento”.


Dai voli spaziali ai reparti ospedalieri

L’applicazione alla medicina terrestre richiede prudenza, perché i partecipanti alle sperimentazioni sono giovani, sani e selezionati, mentre i pazienti anziani possono presentare più patologie contemporaneamente. Tuttavia, il monitoraggio ravvicinato delle trasformazioni dell’organismo può consentire di individuare meccanismi e possibili contromisure da verificare successivamente nella pratica clinica.

Un precedente esiste già. Dopo il ritorno sulla Terra, molti astronauti hanno manifestato svenimenti e instabilità in posizione eretta, fenomeni collegati al marcato decondizionamento fisico. Le ricerche su questi disturbi, alle quali partecipa nel gruppo milanese Angelica Carandina, hanno contribuito alla definizione di procedure utilizzate anche negli ospedali.

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Fabio Blandini, Direttore Scientifico del Policlinico di Milano, sottolinea che l’indagine spaziale può produrre ricadute concrete sulla salute: “Questi progetti dimostrano come competenze scientifiche e cliniche possano contribuire a una frontiera innovativa come la medicina spaziale, con un obiettivo molto concreto: trasformare le conoscenze acquisite in nuove opportunità per la salute delle persone”.


Il prossimo fronte riguarda il sonno

Il Policlinico lavorerà anche su un ulteriore progetto, finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana con 700mila euro. La ricerca sarà dedicata alla privazione del sonno, una delle difficoltà previste per le future missioni interplanetarie di lunga durata, durante le quali non sarebbe possibile rientrare rapidamente sulla Terra in caso di emergenza.

Lo studio valuterà una possibile contromisura basata su uno stimolatore vagale brevettato insieme dal Policlinico e dall’Università degli Studi di Milano. Il dispositivo rientra in una prospettiva più ampia, legata alla necessità di garantire agli equipaggi strumenti e trattamenti utilizzabili in autonomia durante missioni lontane.

Secondo Montano, proprio l’estremità dell’ambiente spaziale può offrire informazioni applicabili anche fuori dall’orbita: la sfida consiste nel trasformare ciò che viene osservato sugli astronauti in conoscenze utili a prevenire e affrontare alcune condizioni che colpiscono i pazienti sulla Terra.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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