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Salute 2 min di lettura6 ore fa

Epatocarcinoma, la priorità è salvare anche il fegato: l’allarme di Piscaglia

Per il tumore del fegato servono decisioni condivise tra oncologi, epatologi, chirurghi e specialisti dei trapianti, fin dalla diagnosi.

Termoablazione, embolizzazione e radioembolizzazione non possono essere valutate separatamente dal possibile ricorso al trapianto. Nel percorso di cura dell’epatocarcinoma, infatti, il radiologo interventista e il gruppo dei trapianti devono entrare presto nella discussione clinica, insieme agli altri specialisti.


Il fegato impone scelte più delicate

«Il team dei trapianti va considerato fin dall’inizio», ha spiegato Fabio Piscaglia, perché in alcuni casi l’intervento può eliminare sia la lesione tumorale sia l’organo malato, riducendo il rischio di nuove manifestazioni. La possibilità dipende naturalmente dalle caratteristiche oncologiche del singolo paziente.

A rendere particolare questa neoplasia è il ruolo del fegato, organo indispensabile e non sostituibile con la stessa facilità di quanto accade, in determinate situazioni, per colon o mammella. La malattia può quindi compromettere la sopravvivenza non soltanto attraverso la crescita del tumore, ma anche per il deterioramento della funzione epatica.


Curare il cancro senza perdere il fegato

Secondo Piscaglia, il trattamento deve muoversi su due piani contemporaneamente: contenere la patologia oncologica e mantenere il più possibile efficiente l’organo. Una terapia capace di ridurre il tumore, ma responsabile di un grave peggioramento della funzionalità epatica, rischierebbe di non portare un vantaggio reale al malato.

La valutazione richiede dunque competenze sia oncologiche sia epatologiche. Il fegato, inoltre, è spesso già danneggiato quando compare l’epatocarcinoma: la neoplasia nasce nella maggior parte dei casi in presenza di cirrosi o di un’altra condizione cronica che rende più complessa ogni decisione terapeutica.


Recidive e specialisti al tavolo

Anche quando il primo tumore viene affrontato con un trattamento radicale, il rischio non scompare. «A 2 anni la comparsa di nuove neoplasie supera il 40%», ha precisato il docente, sottolineando che il dato riguarda nuovi tumori e non la semplice diffusione metastatica della lesione iniziale.

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Per questo il gruppo di lavoro non può limitarsi a oncologo, chirurgo, radiologo diagnostico, radioterapista e anatomopatologo. Sono necessarie anche la presenza dell’epatologo e dell’internista, chiamati a gestire la malattia del fegato e gli aspetti metabolici; in molti casi diventano utili consulenze dedicate a sovrappeso e obesità, condizioni che possono favorire l’insorgenza della neoplasia.


La decisione deve arrivare presto

Il confronto collegiale deve avvenire dall’inizio, non quando le opzioni si sono già ristrette. «Tutti i pazienti devono essere discussi fin dall’inizio da un team multidisciplinare», ha affermato Piscaglia, avvertendo che un ritardo può far sfumare opportunità importanti, compresa quella del trapianto.

Le terapie sistemiche oggi disponibili possono essere utilizzate anche nelle fasi più avanzate e, in base al quadro clinico, associate oppure somministrate in sequenza con i trattamenti locoregionali. La scelta finale deve quindi adattarsi alla storia e alle condizioni della singola persona, attraverso un confronto tra le diverse professionalità.

Piscaglia, professore di Medicina interna all’Università di Bologna e direttore della Medicina interna, malattie epatobiliari e immunoallergologiche dell’Irccs Aou di Bologna, ne ha parlato a Milano durante un incontro con i media sulle nuove prospettive nella cura del tumore del fegato, promosso da AstraZeneca.

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