Emicrania nei bambini, il vuoto di cure pesa su scuola e rendimento
La Sisc segnala che molti piccoli pazienti non hanno terapie pediatriche dedicate: i farmaci esistono, ma restano pensati per gli adulti e usati con cautela fuori indicazione.
In classe e a casa il problema si vede nei numeri, ma anche nelle assenze e nella fatica a seguire le lezioni. Per l’emicrania pediatrica non manca la diagnosi del fenomeno: manca, soprattutto, una terapia costruita apposta per bambini e adolescenti.
Cure disponibili, ma non per i più piccoli
La Società italiana per lo studio delle cefalee richiama una contraddizione ormai nota agli specialisti: i medicinali più moderni ci sono, però sono stati sviluppati e testati per l’età adulta. Per questo, quando servono ai più giovani, vengono prescritti con prudenza e in modalità off label, cioè al di fuori delle indicazioni ufficiali.
Marina De Tommaso, che guida la Sisc e insegna Neurologia all’università di Bari, parla di una situazione “paradossale” perché l’arsenale terapeutico comprende già gepanti, anticorpi monoclonali per via sistemica e tossina botulinica applicata localmente. Tuttavia, ha spiegato, mancano sperimentazioni cliniche dedicate e quindi indicazioni chiare su dosi e modalità d’uso.
Secondo il focus della società scientifica, questa incertezza finisce per tradursi in trattamenti meno utilizzati del necessario. Il risultato è che molti bambini restano senza un supporto adeguato, pur avendo attacchi che potrebbero beneficiare delle terapie disponibili per gli adulti.
A scuola il disturbo pesa di più
Il nodo, però, non riguarda solo la cura. La Sisc mette in evidenza anche l’impatto sul percorso scolastico: rendimento più basso, giornate perse e sofferenza evitabile. Il mal di testa tende a farsi sentire proprio nei momenti di rientro, quando cambiano ritmi, orari e livelli di stress.
Massimiliano Valeriani, responsabile dell’unità di Developmental Neurology al Bambino Gesù di Roma, ha osservato che molti piccoli pazienti stanno meglio d’estate e peggiorano durante l’anno scolastico. I passaggi più delicati, ha detto, sono l’inizio delle lezioni e il ritorno dopo le vacanze natalizie. Ha aggiunto che fino ai 9-10 anni la frequenza è simile tra maschi e femmine, poi il distacco cresce a sfavore delle bambine.
La società scientifica cita anche dati sul rendimento: il calo può arrivare al 30% secondo studi americani. L’emicrania riduce l’attenzione e la capacità di apprendere; in più, lo stress può innescare nuovi attacchi, creando un circolo che peggiora il problema.
Quanti sono e come si riconoscono
Sul numero dei casi, i dati non coincidono perfettamente ma indicano una presenza tutt’altro che marginale. Il Burlo Garofolo di Trieste ha stimato nel 2023 una prevalenza del 5% a 10 anni, cioè circa uno su 20. Nello stesso anno una metanalisi pubblicata su The journal of Headache and Pain ha collocato oltre il 10% la quota di bambini e adolescenti emicranici a livello internazionale.
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La Sisc parla, per l’Italia, di oltre 160 mila bambini e 500 mila adolescenti se si estrapolano le varie rilevazioni. Il disturbo, secondo Valeriani, può comparire già tra i 7 e gli 8 anni e tende ad aumentare nell’adolescenza, tra i 13 e i 18 anni.
Lo specialista ricorda anche che i più piccoli non vanno esclusi a priori: un bambino di 4-7 anni può descrivere chiaramente il mal di testa, anche se negli attacchi più giovani la durata può essere inferiore a 10 minuti. In alcuni casi, inoltre, l’emicrania si manifesta con sintomi diversi dalla cefalea, come coliche gassose del lattante, torcicollo parossistico benigno, vertigini parossistiche benigne, sindrome del vomito ciclico, dolori addominali ricorrenti, dolori di crescita e cinetosi.
Quando servono le red flags
La Sisc invita i genitori a prestare attenzione ai segnali di allarme. De Tommaso ha ricordato le cosiddette red flags: un dolore che esplode all’improvviso e raggiunge il massimo in pochi minuti, la cefalea notturna o presente al risveglio, il peggioramento progressivo nel tempo, il dolore accentuato da tosse, starnuti, defecazione o sforzo fisico e l’età molto precoce, sotto i tre anni.
Il primo interlocutore, ha precisato, deve essere il pediatra, che dovrebbe conoscere bene le cefalee più frequenti nell’età pediatrica, soprattutto emicrania e cefalea tensiva. La stessa società invita a non liquidare il problema, ma nemmeno a correre subito verso esami spesso inutili come visita oculistica ed elettroencefalogramma.
Per i genitori il consiglio è osservare anche l’eventuale disagio psicologico del bambino in famiglia o a scuola e riferirlo al medico. Agli insegnanti, invece, viene chiesto di riconoscere la frequenza e la gravità del disturbo, sostenere l’alunno nel percorso scolastico e capire se nell’ambiente ci siano elementi che favoriscono gli attacchi.
ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.
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