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Salute 3 min di lettura2 ore fa

Dal 29% al 47%: la nuova sfida al tumore polmonare avanzato

Lo studio Combi-Ted, condotto su 106 pazienti in 17 centri europei, segnala un possibile beneficio del vaccino terapeutico, ma serviranno dati più ampi.

Un anno dopo l’inizio del trattamento, la quota di pazienti ancora in vita è risultata più alta nei gruppi che hanno ricevuto il vaccino sperimentale rispetto a chi è stato curato soltanto con docetaxel. Il risultato riguarda persone con tumore del polmone non a piccole cellule già progredito dopo una prima combinazione di chemioterapia e immunoterapia.

I dati arrivano dallo studio di fase 2 Combi-Ted, che ha seguito 106 pazienti in 17 strutture oncologiche di Italia, Francia e Spagna. La ricerca sarà illustrata il 25 ottobre a Madrid, durante il Congresso della Società Europea di Oncologia Medica, da Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia Medica 2 dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, direttore della Fondazione Ricerca Traslazionale e primo autore del lavoro.

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Il vantaggio emerge dopo dodici mesi

I partecipanti sono stati distribuiti in tre gruppi. Il primo ha ricevuto il solo docetaxel, il secondo lo stesso farmaco insieme al vaccino e il terzo il vaccino abbinato all’immunoterapico nivolumab.

Dopo un anno risultava vivo il 29% dei pazienti trattati esclusivamente con docetaxel. La percentuale saliva al 47% tra coloro che avevano assunto docetaxel e vaccino e raggiungeva il 46% nel gruppo sottoposto alla combinazione con nivolumab. Cappuzzo ha definito il risultato «estremamente positivo», sottolineando che il vantaggio osservato non è stato accompagnato da un aumento degli effetti collaterali.

Il dato, tuttavia, indica la proporzione di persone vive a una precisa distanza temporale e non stabilisce quanti mesi aggiuntivi possa ottenere il singolo paziente. Inoltre, il campione analizzato è ancora contenuto: per questo i risultati non bastano a trasformare il trattamento in uno standard clinico.


Un vaccino costruito per il sistema immunitario

Non si tratta di una vaccinazione preventiva contro un’infezione. Il prodotto è un vaccino peptidico formato da 10 brevi frammenti sintetici di amminoacidi, ricavati da antigeni tumorali e selezionati per indirizzare la risposta delle difese dell’organismo contro le cellule malate.

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Secondo Cappuzzo, il trattamento agisce come «un vero e proprio addestratore molecolare del sistema immunitario»: l’obiettivo è aiutare i linfociti T a riconoscere il tumore e ad attaccarlo. La terapia, però, non può essere proposta indistintamente a tutti, perché è stata sviluppata per persone HLA-A2 positive, una caratteristica necessaria al corretto riconoscimento dei frammenti contenuti nel vaccino.


La sperimentazione deve ancora proseguire

Il carcinoma polmonare non a piccole cellule costituisce circa l’85% dei tumori del polmone. Immunoterapia e farmaci a bersaglio molecolare hanno ampliato le possibilità di trattamento, ma nelle fasi avanzate la malattia può continuare a crescere nonostante le cure iniziali. In questa situazione, il docetaxel è tra i farmaci comunemente utilizzati, pur avendo efficacia limitata e una certa tossicità.

Lo studio ha valutato anche la prosecuzione dell’immunoterapia attraverso l’associazione con nivolumab, proprio nel momento in cui il tumore aveva superato la prima linea di chemio-immunoterapia. L’ipotesi è che il vaccino possa rendere più mirata la risposta immunitaria e sostenere l’azione del trattamento, ma questa possibilità necessita di ulteriori verifiche.

L’efficacia del vaccino è ora al centro dello studio di fase 3 Artemia, che coinvolge una popolazione più ampia. Soltanto una conferma ottenuta con ricerche successive potrà chiarire se questa strategia diventerà una reale opzione per alcuni pazienti con malattia polmonare avanzata.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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